Da Il Mattino del 08/10/2004

REPORTAGE

L’Afghanistan alla prova del voto

di Vittorio Dell'Uva

KABUL - Il sibilo di due missili fa scattare l’allarme, poco dopo le otto di sera, nella base «Invictia» che ospita ottocentocinquanta dei soldati italiani a Kabul. Le luci si spengono di colpo, ciascuno è chiamato a trovarsi un riparo e ad indossare il giubbotto antiproiettile.

Chiude immediatamente la mensa, dove in molti erano diretti per la cena. «Sono passati sulle nostre teste. Non possiamo dire che li hanno lanciati contro di noi» commenta il tenente Ciro Parisi, portavoce del contingente.

La Forza rapida di intervento si muove con gli elicotteri e le pattuglie di terra. Le esplosioni sono state molto ravvicinate. L’area, lungo la Jalalab road, è fortemente militarizzata. Gli edifici accanto alla «Invictia» sono occupati da truppe greche e norvegesi. A meno di un chilometro di distanza c’è il comando generale di Isaf. Non accadeva da un paio di mesi che le forze della «multinazionale» in Afghanistan, fossero in qualche misura sotto attacco nella capitale.

I razzi non fanno danni, ma nemmeno possono essere subito classificati come normale attività della guerriglia. Le prossime ore potrebbero essere caratterizzate da forti tensioni. Domani dieci milioni e mezzo di cittadini, con ritrovati diritti, sono chiamati, alla elezione diretta del loro presidente. È un passaggio che, in teoria, dovrebbe chiudere una lunga stagione di instabilità politica e favorire un processo democratico di più vasta portata. Ma la consultazione di per se imperfetta per la mancata iscrizioni di metà dei potenziali votanti nelle liste elettorali, trova più di un nemico. Evidente ed occulto. L’Afghanistan non è ancora un Paese sottratto totalmente alle opzioni dei «signori della guerra». Né mancano forti diffidenze verso modelli politici «suggeriti» dagli occidentali.

Pesanti restano le opzioni che derivano dalla struttura tribale poco disponibile a dipendere, davvero, da un potere centrale. È terra in cui il voto di scambio nemmeno si chiede. Semplicemente si impone senza troppa fatica. Basta qualche opportuna minaccia. Gran parte dell’elettorato è una massa amorfa e disabituata a qualunque confronto. Le urne che elicotteri dell’Onu hanno trasportato in alcuni villaggi di montagna sono state accolte con molta delusione. Nessuno pensava che quelle scatole arrivate dal cielo in zone in cui si fa fatica a sopravvivere potessero essere vuote. Né sarà facile convincerle gli elettori a riempirle. Il tasso di analfabetismo è tale che per preparare la popolazione al voto si è dovuto ricorrere a disegni esplicativi come accaduto a Timor est e in Cambogia.

Le stesse schede, con le foto dei candidati, sembrano un album di figurine. Hamid Karzai, eletto nel 2002 presidente provvisorio dalla Loya Girga, la grande assemblea dei capi tribù chiamate a trovare una soluzione nell'immediato dopoguerra, cerca nel voto popolare la riconferma di un mandato che molto risulterebbe gradito agli Stati Uniti. Ha dalla sua parte l’etnia pasthun che rappresenta il quaranta per cento della popolazione afghana, dispone di un certo carisma e di qualche buon «fondo spese». Sa anche far marciare la macchina del consenso. Ma lo schema «occidentale» cui si è affidato, ricorrendo anche a manifesti di sei metri per tre, contiene in sè elementi di forza e di debolezza considerata la complessità della società afghana.

«È l'uomo degli americani, messo a capo di un governo fantoccio» ha tuonato contro di lui Bulbuddin Hektmariar, che fu un nemico irriducibile dei sovietici e che si fatto paladino dei taleban quando altri stranieri hanno invaso il suo Paese. Le sue parole rappresentano l’ordine di non recarsi alle urne per gli abitanti della regione di Kandahar che controlla assieme agli ultimi nostalgici del potere del mullah Omar. Che in molti decidano di non rispettarlo è da considerarsi molto improbabile.

A fronte dei leader «ribelli» non mancano coloro che hanno trovato più opportuno il compromesso istituzionale in vista di futuri vantaggi. Da ieri sera gli aspiranti presidenti sono ufficialmente quindici (due si sono ritirati proprio ieri, garantendo il loro appoggio a Karzai) e non è detto che non diminuiscano ancora. A conti fatti il vero rivale di Karzai sarà Younis Qanuni, ex ministro dell'Educazione. È un tagiko che conta, molto legato al ministro della Difesa e soprattutto l’uomo della Alleanza del nord, i cui uomini sotto l’attenta guida degli americani che aprirono loro la strada con i bombardamenti a tappeto entrarono a Kabul determinando la caduta del regime dei taleban. Anche nel caso di Qanuni conta la forza della etnia. I tagiki rappresentano il 27 per cento della popolazione afghana e sono in grado di stringere una alleanza con gli uzbeki di Abdul Rashid Dostum il conquistatore di Mazar I Sharif che a sua volta si è presentato alle elezioni presidenziali. Ma con «riserva», dal momento che sarebbe disposto a partecipare, ritirandosi entro oggi dalla competizione a patto che si formi un cartello contro Karzai che impedisca almeno le elezioni al primo scrutinio.

In un contesto in cui si abbassano e si alzano i toni a seconda delle circostanze e dei vantaggi che se ne possono trarre, contrasta, con tutto la candidatura di Massauda Jajala, una pediatra di 41 anni. La sua è letteralmente una sfida a volto scoperto portata dalle poche gigantografie di cui ha dissemiata Kabul. A suo marito che le sconsigliava di entrare in rotta di collisione con le tradizioni ha replicato a muso duro. Alle donne del burqa vuole rappresentare una alternativa. Poco le interessano le probabilità di vittoria a tasso zero. «Combatto - dice Massauda Jajala - non tanto contro il vecchio regime, ma per impedire l’affermazione dei nuovi taleban».

Le libere elezioni di Afghanistan, avranno più di un osservatore internazionale e qualche custode. La task force Cobra, formata da oltre 400 alpini ha il compito di vegliare, senza mostrarsi troppo, sulla regolarità delle operazioni nella regione di Kabul allarga verso est. Nella terra dei troppi falchi in agguato l'operazione si chiama «Sparviero».

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