Da La Stampa del 15/09/2004

Il ministro promette la legge che non arriva mai. Gli editori chiedono una politica della lettura

Urbani: stavolta trovo soldi per i libri

di Maria Grazia Bruzzone

ROMA. Fondi per le biblioteche, risorse per le traduzioni e subito la festa nazionale del libro. Poi un gruppo di lavoro per «valutare che cosa si possono fare in concreto con le risorse di cui disponiamo». L’intervento del ministro Urbani era atteso, agli «Stati generali dell’editoria» che si sono aperti ieri a Roma con il saluto del presidente della Repubblica Ciampi. La prima iniziativa del genere che si tiene in Italia intitolata non a caso «Più cultura, più lettura, più paese». Urbani vuole essere realista. «Sono d’accordo che è inaccettabile che non si trovino fondi per l’editoria, ma di fronte a servizi pubblici che senza risorse non possono andare avanti, è chiaro che è quella la priorità», spiega alla platea, forse delusa. Ma l’assenza al convegno del sottosegretario alla vicepresidenza del Consiglio con delega all’editoria Paolo Bonaiuti e dello stesso capo del Dipartimento editoria di palazzo Chigi, avevano già fatto capire come stavano le cose.

Gli editori chiedono l’approvazione della «legge quadro» sul libro, che da anni giace in Parlamento. «La fata Morgana sulla quale sono sempre tutti d’accordo, ma non poi non va mai in agenda, mentre sfila un paesaggio di leggi sulle comunicazioni, il digitale terrestre, il cinema, il calcio e via dicendo», l’ha definita Stefano Mauri, amministratore delegato di Longanesi, e vicepresidente del gruppo Varia dell’Aie, l’Associazione italiana degli editori che ha promosso il convegno. Non è solo un fatto di incentivi economici, della defiscalizzazione del settore librario promessa dalla legge che non arriva. «Serve una politica della lettura», sottolineano in tanti, a partire dal presidente dell’Aie Federico Motta. E il potenziamento della rete di biblioteche, che versa oggi in uno stato miserevole unita alla creazione di un organismo pubblico-privato col compito di promuovere il settore editorale - norme contenute nel disegno di legge - sarebbero state un primo passo. Magari oltre a qualche iniziativa sul fronte della televisione. Delle sinergie tra libro e altri media si parlerà oggi. Ma Arrigo Levi si è già scagliato con virulenza contro la tv che per incentivare la lettura fa poco o niente. «E’ uno sconcio, una vergogna» dice il giornalista e accusa i dirigenti di «non saper fare il loro mestiere», dal momento che «gli editori di giornali hanno capito che il libro alla gente interessa».

Ora si tratta di vedere cosa verrà fatto almeno per le biblioteche per migliorare la lettura in Italia. Il quadro che emerge dal Libro bianco presentato ieri dall’Aie e delineato negli interventi non è infatti molto confortante. Non che le imprese editoriali godano di cattiva salute, come ha tenuto a precisare Antonio Ferrari. «L’ubriacatura di Internet dava i libri per morti, invece alla fine fatturano di più dei quotidiani e dei periodici singolarmente presi», spiega il direttore editoriale di Mondadori. Non c’è medium «moderno» che tenga.

Il libro stampato è tutt’altro che obsoleto e «a 40 anni dalle profezie catastrofiche di Marshall Mac Luhan - osserva il presidente della Fieg Boris Bianchieri - è sempre più vivo. E indispensabile alla crescita culturale e civile del paese», alla consapevolezza di appartenere a una comunità nazionale forte. Ma anche a quella «formazione permanente» (di cui si parla da anni senza peraltro vederne i risultati, come rileva Giuseppe De Rita), che sarebbe l’unico strumento adatto a consentire a lavoratori, impiegati, insegnanti, imprenditori persino, di far fronte alle sfide del mercato e ai suoi rapidi mutamenti.

Il punto è che gli italiani continuano a leggere poco. E se è vero, come ha ricordato Mauri, che «gli indici di lettura dei libri sono proporzionali allo sviluppo dei paesi», l’Italia dovrebbe dirsi decisamente poco sviluppata. Col suo 42% di lettori infatti, è tre punti sotto la media europea, sia pure poco davanti a Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia. Certo lontanissima non solo alla Gran Bretagna (66%) ma alle percentuali altissime di lettori del Nord Europa, che in Svezia arrivano al 72%. E, manco a dirlo, in ambito nazionale le regione più svantaggiate economicamente sono anche quelle in cui si leggono meno libri.

Non solo. Se nell’ambito della narrativa, delle guide turistiche, dei libri per ragazzi o dei manuali vari, abbiamo percentuali accettabili, simili alla Francia, drammatica è la situazione per la saggistica, letta da una sparuta minoranza. E, ancor peggio: dei 20 milioni di italiani che leggono almeno un libro l’anno, soltanto il 18% lo acquista per motivi di lavoro o aggiornamento professionale. E il 25% dei nostri insegnanti non legge nessun libro. Oltre la metà degli italiani sopra i 15 anni insomma, non legge all’anno nemmeno un libro. E non stupisce, visto che esistono ancora 2 milioni di analfabeti, cresce l’analfabetismo di ritorno tanto che due terzi della popolazione fra i 15 e i 65 anni, per il pedagogista Benedetto Vertecchi, può essere considerata «a rischio alfabetico».

Il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti si compiace della riduzione della dispersione scolastica, scesa al 20% contro una media europea del 18%. Riconosce che in Italia, rispetto agli altri paesi europei, sono basse le «punte di eccellenza», un gap al quale si tenta di supplire coi «percorsi formativi differenziati». Il ministro dice poi di puntare sull’innalzamento dell’obbligo e su un’istruzione di base «forte» nella formazione professionale. E al linguista Francesco Sabatini che aveva consigliato di inserire anche la «I» di Italiano tra le «tre I» - Inglese, Informatica, Internet - proposte come obiettivo della «modernizzazione» scolastica, risponde tranquilla che l’Italiano è «da sempre una priorità nell’insegnamento, a tutti i livelli».

Per quanto riguarda la promozione della lettura poi, Moratti sostiene di puntare molto sul progetto «Lettura. Pensare l’Italia attraverso i classici». Libri in piazza. Manzoni (da anni abolito come testo obbligatorio nei licei) e Ariosto, Petrarca e Vico, Dante e Verga e altri classici, da riscoprire e promuovere attraverso una giornata di letture in pubblico e iniziative varie, col coinvolgimento di università, scuole, comuni e popolazione. Prima iniziativa per «abbinare percorsi di lettura informali ai percorsi formali della scuola».

Basterà? L’editore dell’Adelphi Roberto Calasso, come sempre controcorrente, storce il naso di fonte ai «grandi eventi solitari». E preferirebbe venisse creato un Centro nazionale del libro - «assolutamente centralizzato» - su modello di quello francese. Che fra l’altro aiuta gli editori nella traduzione e pubblicazione di opere, anche classici, che non avrebbero abbastanza mercato.

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