Da Corriere della Sera del 06/08/2004

Scritto da Brigate Al Aqsa e parlamentari palestinesi, suona come un ultimatum

Il manifesto anti-Arafat «Riforme o rivoluzione»

Accuse alla vecchia guardia: «Crimini peggiori dell’occupazione»

di Alessandra Coppola

GERUSALEMME - Punto per punto la sfida ai vertici dell’Autorità palestinese è stata messa su carta dai giovani ribelli. Venti pagine in arabo, diffuse via email o su fogli che passano di mano in mano tra i militanti. E’ il «manifesto» delle Brigate martiri di Al Aqsa, il primo documento che spiega nei dettagli i nodi sui quali la nuova generazione si sta scontrando con la vecchia guardia, con i corrotti «che hanno commesso crimini peggiori dell’occupazione», arrivando ora allo scontro frontale. Se questo programma non sarà attuato, è la conclusione, il movimento farà valere «la legge della giustizia rivoluzionaria contro di loro». La battaglia è aperta. «Il tempo dell’obbedienza e della cieca fedeltà è finito, il tempo della punizione è arrivato». E questa volta per il presidente Arafat sarà difficile non prenderne atto.

Il testo, di cui il Corriere ha ottenuto una copia, è stato messo a punto a fine luglio dai leader delle Brigate insieme ad alcuni membri del Parlamento e ad esponenti del Fatah, la principale corrente dell’Olp di cui il Raìs è al vertice. Escluso il Comitato centrale del partito.

Innanzitutto, la delusione. Negli ultimi dieci anni, si legge nel documento, la «base» ha creduto nella possibilità di una reale svolta nella gestione dell’Autorità palestinese. «A questo punto abbiamo capito che le nostre speranze non sono che illusioni». Quindi, le accuse. Le Brigate vogliono riportare il partito alle sue origini di movimento di liberazione nazionale. Non è in discussione la distruzione di Israele, dicono, ma l’istituzione di uno Stato palestinese nei confini del 1967, da perseguire, però, con le armi. I giovani accusano i capi di aver distrutto l’essenza dell’Olp: «Sono caduti nella trappola del negoziato come unica opzione e sono rimasti neutrali nei confronti della nostra Intifada, accettando i termini di violenza e terrorismo per descrivere la lotta armata».

Il documento prosegue, gli attacchi si fanno più precisi. Le Brigate criticano le rappresentanze all’estero trasformate in «regge». Funzionari pubblici «incompetenti, disonesti e corrotti». Il potere spartito tra i clan, «mentre la nostra gente soffre la disoccupazione, la fame, l’ingiustizia». Sono stati incoraggiati il traffico di droga, la prostituzione, gli affari criminali, accusano i giovani del Fatah. «Il tribalismo ha sostituito la legge», il sistema giudiziario non funziona. I media ufficiali «sono annegati nel mare della corruzione», al punto che la gente preferisce guardare le tv satellitari. E quanto ai fondi pubblici, «nessuno sa dove siano andati a finire».

Di tutto questo «la leadership è pienamente responsabile». E deve risponderne. Ecco le principali richieste: licenziamento dei corrotti e dei capi della sicurezza, processo per chi si è appropriato di fondi pubblici, una commissione indipendente che accolga i ricorsi della gente contro i funzionari «le cui ingiustizie, aggressioni e crudeltà sono state peggiori dei crimini dell’occupazione». Ma soprattutto le Brigate vogliono elezioni: comunali, legislative e presidenziali (il Raìs è avvertito), e anche all’interno del Fatah. Una costituzione che garantisca la divisione dei poteri, media indipendenti, istruzione gratuita, maggiori salari per le famiglie dei martiri, dei prigionieri, dei feriti. E anche un paragrafo della Carta che sancisca il diritto alla lotta armata.

Non è poco. Ed è annunciato come un ultimatum, non come una proposta a partire dalla quale trattare. Una chiamata alle armi per i giovani palestinesi in vista dell’assalto finale al fortino di Arafat.

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