Da Il Messaggero del 03/08/2004

SFIDE E UMORI ALLA DOMUS MARIAE

E il leader apre il fronte tasse: dove sono i soldi?

«Il problema del governo è questo, non certo l’Udc», confida mangiando un tramezzino

di Mario Ajello

ROMA. Tanti. Vivaci. Ciarlieri. E il clima è elettrico, per quanto possa esserlo un’adunata di democristiani, per di più in agosto. Esempio di umore circolante alla Domus Mariae, albergone sull’Aurelia. Pippo Gianni, deputato, baffuto colosso siracusano: «Siamo un partito con gli attributi. E visto che Berlusconi ce li sta proprio scassando, dopo ferragosto cominceremo a mangiarcelo vivo». Addirittura. Passa Giampiero D’Alia, il quale è un pacato galantuomo ma...: «Berlusconi non ne azzecca una. Al governo ha gente inadeguata. Ma come si fa a proporre i pedaggi sulle strade? Come si fa a dire che, per non far morire di caldo i vecchietti, bisogna rinchiuderli nei supermercati fra bastoncini di pesce e lasagne surgelate?». Questi sono folliniani tosti.

Ma qui - anche se il leader Marco è l’unico moroteo in un partito di dorotei, fatta eccezione per Tabacci e qualcun altro - sono tutti un po’ follini. Il segretario Udc non è Che Guevara (come invece lo considera sprezzantemente Bobo Maroni) nè l’«Uomo della Provvidenza» (come titola entusiasta «il Manifesto») nè tantomeno «siamo guerriglieri o movimentisti» (come ha ribadito ieri lui stesso) ma più modestamente aspira a scrivere, dopo tanti libri sulla Dc, un saggio su Shakespeare politico. Il quale («Come vi piace», atto terzo, scena seconda) notava: «Il tempo viaggia con diversa andatura a seconda delle persone». E ora - ma chissà - il tempo del Cavaliere Solitario sta finendo.

Perfino il senatore Cirami, quello che scatenò i girotondi di Nanni Moretti e che sta preparando una Cirami bis sulle ”misure cautelari”, seduto al bar rivela: «Se non ci danno il proporzionale, dopo l’estate scateniamo l’inferno». Comunque, qui c’è di tutto. Per esempio Rotondi, considerato uno dei ”berluscones”: è così affranto per la partenza in Europa del suo filosofo di riferimento che ha deciso di passare le vacanze pensando a Rocco e scrivendo un libro che si intitolerà «Il commissario Buttiglione». Volontè attacca la Rai: «Non è nè pluralista nè di qualità». D’Onofrio, pensate un po’, fa l’incendiario anche per bruciacchiare un po’ Follini: «Basta con le ambiguità. O ci danno il proporzionale o lasciamo il governo!». Bruno Tabacci escogita una simpatica similitudine: «Berlusconi è come il bambino ricco che, siccome porta il pallone, vuole anche stabilire le regole di gioco. Questa partita non ci interessa più. Continuando così, il centro-destra perde le regionali. E poi in che condizioni arriverà alle politiche del 2006?». Questione pratica. Di quelle che appassionano un politico determinato («Il mio mito è Churchill. Sono sagittario come lui») qual è Baccini. Ministro in pectore, dice con bella metafora: «Non possiamo vivere solo di poesia, non possiamo fare finta che il potere non ci riguardi. Serve la prosa». Poi: «Chi dice che il potere non è importante è chi il potere ce lo ha già».

E’ una giornata di gloria. Se non altro perchè Follini - qui alla Domus Mariae dove nel ’59 fu detronizzato Fanfani - conferma ampiamente la sua leadership. Anche se, mangiando un tramezzino dentro la sua stanza, fa la seguente considerazione: «Mi piacerebbe che venissero fuori documenti alternativi alla mia linea. Ma non credo che sia questa l’aria». Ed è una giornata di festa in onore di Buttiglione alla Ue. «Rocco, sei il vero simbolo del made in Italy», ironizza qualcuno: «Altro che la Ferrari Testarossa!». E’ arrivato da Bari, per celebrare la conquista europea, anche il cugino: Antonio Buttiglione, consigliere nazionale Udc. Promette: «Rocco si farà valere nel mondo». I big siciliani invece sono rimasti a casa: sia Cuffaro sia Lombardo, personalità diverse, ma ugualmente pesanti in un partito a prevalenza meridionale. Giuseppe Drago, altro siciliano, rassicura: «La loro assenza in questa riunione non ha un valore politico». Però Lombardo, che pure di Follini è amicissimo e che stava per diventare ministro, non nasconde in queste settimane le perplessità verso la linea del partito. Ma ecco un altro Udc, Silvio Liotta. Un amico scherzando lo saluta leopardianamente: «Silvio, rimembri ancor...». L’allusione poetica è all’indimenticabile eroismo di Liotta che, quando era dall’altra parte, nel 1998 fece mancare a Prodi il voto che lo poteva tenere al governo.

Adesso Follini è nella sua stanza. Passa in rassegna la serie di questioni sul piatto del governo e si sofferma, con tono preoccupato, su quella economica. «Il ministro Siniscalco - ragiona Follini - ci ha detto che occorre trovare 24 miliardi di euro per il Dpef. E già questo mi sembra un gradino non facile da scalare. Dopodichè, sarà necessario trovare i soldi per la riforma fiscale e non sappiamo, ad oggi, dove andare a prendere le risorse per abbassare le tasse». Il segretario si ferma qui. A proseguire nel ragionamento sarà, più tardi, Tabacci: «Secondo me, a far precipitare la situazione, non sarà tanto il federalismo ma le finanze. Siniscalco potrebbe essere costretto non certo ad abbassare le imposte, come sogna Berlusconi, ma a fare esattamente l’opposto: alzarle». Il che sarebbe una botta terribile per il Cavaliere. E la riprova di ciò che Follini ripete un minuto sì e l’altro pure: «Il problema non è l’Udc».

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