Da Corriere della Sera del 14/07/2004

il Personaggio

Follini, il moderato senza nostalgie dc che la sinistra vuole dipingere di rosso

di Aldo Cazzullo

Marco Follini è un moderato. Il peggio che gli possa accadere è vedersi a tutta pagina sul Manifesto sotto il titolo (sia pure ironico) «L'uomo della provvidenza». Follini è un'occasione per i moderati italiani, una chance cha la destra possa essere altro (come è) dal manganello e dall'aspersorio, dai fasci littori e dai pacchetti di tessere, dal fascismo e dalla vecchia Dc; e anche dal populismo mediatico o localista, da Berlusconi o dalla Lega. Follini è il nostro piccolo Sarkozy (anch’egli impegnato in una lotta di successione a scadenza pluriennale), un potenziale Barroso senza la zavorra del passato maoista, un Rajoy vergine di disfatta elettorale (sia pure dovuta più ad Al Qaeda e agli errori di Aznar che a «Bambi» Zapatero). E' uno che al congresso fondativo dell'Udc ha sorpreso una platea incanutita di assessori democristiani e signori delle clientele con un manifesto della destra moderna, «che legge più Aron di Sartre, più Guitton di Maritain o Mounier»; che non ha complessi culturali nei confronti della sinistra, non la odia, ma non ci si confonde. Non a caso il primo gesto di Follini segretario è stato chiudere le porte della direzione a Cirino Pomicino, che a sinistra si è gettato (ed è stato accolto benissimo). Follini non è ai confini ma agli antipodi di Prodi. Il suo principale bersaglio polemico in questi tre anni è stato il leader dell'Ulivo, che per lui non è un compagno che sbaglia ma un cattolico che rinnega il proprio destino: stare dalla parte opposta a quella dei socialisti e dei comunisti. Follini è l'amico conservatore che ogni progressista dovrebbe avere, con cui litigare e poi andare a cena a parlare non di consociazioni di compromessi di Asl, ma di libri, di cinema, magari di donne; perché Follini è uno dei politici di riferimento di chi pensa che siano la testa e il cuore, non le ghiandole, la misura di un uomo, che si possa essere di destra senza affrontare i contestatori come La Russa l'altro giorno, agitando il pizzetto e gridando «fatevi sotto se tenete coraggio!».

Per questo il peggior dispetto che si possa fare a uno così è pitturarlo di rosso. Per questo il ministro Bobo Maroni, memento quotidiano della vacuità della Lega senza Bossi - ronzini privati del purosangue -, ancora ieri l'ha accostato a Che Guevara. La peggior minaccia, peggiore anche dell'avvertimento di Berlusconi - «ti scatenerò contro le mie tv»; come se non l'avesse già fatto in campagna elettorale -, sono le rappresentazioni di Follini ribaltonista e inciucista, termini orribili che lui non userebbe mai.

Non che non abbia difetti. A volte ha dato l'impressione di confondere la politica con le dichiarazioni alle telecamere, di prepararsi la battuta e di porgerla sorridendone compiaciuto, come uno Schifani buono. Altre volte è parso muoversi come un generale senza esercito; e in effetti deve ancora dimostrare che il partito sia davvero pronto a seguirlo, che a muovere Tabacci non sia soltanto il rancore verso gli eversori della prima Repubblica che lo vide ottimo presidente della Lombardia, che Giovanardi non sia così affezionato alla sua poltroncina, che Volontè il capogruppo in stivaletti sappia muoversi anche fuori dalle discoteche. Ma non va confuso con il vecchio che torna.

Follini non rinnega le sue radici, ben piantate nella Dc del preambolo. Moro l'ha affascinato, ma il suo vero maestro è stato Bisaglia. Ad Andreotti chiede consigli, ma non se ne lascia ipnotizzare. Cossiga lo colloca alla propria destra, pur stimandolo (per questo il presidente emerito lo prende di mira con le sue ironie, che non sprecherebbe con un giovane senza talento, e gli scrive lettere indirizzate a Harry Potter). I vertici della Conferenza episcopale, che non sono poi così scontenti di Berlusconi, ne diffidano. Chi ha letto i suoi numerosi saggi sulla Dc, sa che Follini la considera irripetibile, nel bene e nel male (anche perché l'Udc non arriva a un sesto dei suoi voti). Quella che vuol concorrere a costruire è una destra moderna, che non sia più ex di nulla.

Forse non ne sarà lui il capo, perché antropologicamente troppo diverso dal nuovo italiano che avanza. Per esempio, a chi gli chiede il posto dov'è stato più felice, Follini indica Sofia (c'è di mezzo una donna, ma non si tratta di una fidanzata). La sua è forse un'Italia minoritaria, in cui la cortesia non è considerata una forma di debolezza, dove il degrado dei rapporti umani non è senza rimedio, e per fare politica non occorre fare denari o costruire un piccolo potentato di media, imparentamenti, relazioni. Forse sarà il battesimo di una nuova stagione, forse resterà un temporale estivo. Di sicuro, il leader rimarrà per ora Berlusconi, cui tocca finalmente governare, cioè scegliere. Questo burrascoso luglio, agitato come solo quello del G-8 di Genova ma forse più produttivo, ci dice intanto che un'altra destra è possibile. Ha gli occhiali a oblò e lo sguardo da Harry Potter; ma non c'è niente da ridere.

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