Da Il Messaggero del 27/06/2004

Laboratorio-Italia sotto la Madonnina

Milano di fronte al suo destino: città dei cambiamenti o feudo inespugnabile?

di Mario Ajello

ROMA La Milano in cui nacque il Risorgimento. La Milano in cui fu fondato e morì il fascismo (da piazza San Sepolcro a piazzale Loreto). La Milano «da bere» di Craxi. La Milano di Mani Pulite che travolse la Prima Repubblica. La Milano che sdoganò l’anti-politica, lanciò la Lega e inventò Berlusconi. La Milano laboratorio di tutto sta forse preparando l’inizio della fine dell’era berlusconiana? L’eventuale caduta di Ombretta Colli può valere quanto o forse molto più della sconfitta a suo tempo patita dai Ds a Bologna per mano di Guazzaloca. Dice il politologo Gianfranco Pasquino: «Milano, in questa tornata elettorale, funge da centro di ricerca avanzata per l’Ulivo. Un po’ per caso e un po’ per disperazione, si sta sperimentando - con la candidatura di Filippo Penati - il modello della ”sinistra reticolare”. Ossia una proposta che parte dal basso e che viene guidata non da un ricco industriale o da un nano o da una ballerina o da un cantante o da un qualsiasi specchietto per le allodole. Ma da un politico-politico».

Milano, insomma, ancora una volta città d’avanguardia? Osserva Lo storico Giorgio Rumi, milanese, d’area cattolica e consigliere di amministrazione della Rai: «Questa è la città degli scatti. Lancia grandi innovazioni e poi, spesso, le abbandona». Così fece con il Risorgimento, che qui celebrò le Cinque giornate di Milano, e qui ebbe molti dei suoi ideologi e i Mille erano per lo più lumbard. Ma dopo tutto questo, i milanesi si disinteressarono della gestione dello Stato Unitario. Lo stesso accadde con i Fasci di combattimento, fondati a Milano nel ’19, ma poi questa fu una delle ultime città ad essere davvero conquistate dal mussolinismo e ci volle D’Annunzio per espugnarla. E ora, dopo aver inventato il berlusconismo, Milano volta le spalle alla sua ultima creatura? «Questo non lo so», incalza Rumi, «ma i segni del disincanto qui ci sono tutti. Se Milano si stufa, si stufa. E il ”vento del Nord”, di cui parlò Pietro Nenni, si sparge dappertutto».

O forse il Polo regge nella patria ”azzurra” (ben otto ministri del governo nazionale sono lombardi) e allora queste disquisizioni su Milano come specchio del futuro politico nazionale diventano bla bla. Intanto un intellettuale come Romano Bracalini, studioso federalista vicino al Carroccio e biografo di Mazzini e Cattaneo, non si fa troppe illusioni sulla tenuta del centro-destra: «Non giurerei che tutti i voti leghisti vadano alla Colli». E da storico, Bracalini ricorda il motto di Di Rudinì, capo del governo durante i moti milanesi del 1898 repressi da Bava Beccaris: «Domare Milano significa domare l’Italia». Questo vale anche per il Polo e per l’Ulivo? «Per il momento - osserva Bracalini - la grande incognita è l’astensione degli elettori milanesi del centro-destra e il recupero dei voti del partito di Bossi. Poi vedremo le conseguenze nazionali». Intanto, chissà a che cosa alludeva, tempo fa, Fedele Confalonieri, quando si lasciò scappare questa terribile previsione senza circostanziarla più di tanto: «Finirà come a Piazzale Loreto».

Pasquino: «Magari Penati non ce la fa a vincere. Ma il modello Milano, quello della ”sinistra reticolare” che cerca consenso dialogando dal basso con tutti gli spicchi della società, resterà una buona lezione. Craxi rappresentò a Milano una concezione padronale della città del tipo: mi metto d’accordo con qualche potente locale e con qualche banca e propongo mio cognato Pillitteri come sindaco. Prima di lui, invece, c’era la vigorosa tradizione che dal sindaco Greppi è arrivata fino ad Aniasi e a Tognoli: gli ultimi due, non a caso, spazzati via da Craxi. Adesso la ”sinistra reticolare” eredita parte di quella più pura e concreta tradizione del riformismo socialista». E i milanesi stanno a guardare? «I milanesi - osserva Rumi - paradossalmente rimproverano a Berlusconi di comportarsi in maniera poco berlusconiana e poco lombarda. Lo volevano più innovativo e più realizzativo, più personaggio di rottura e di riforme coraggiose e meno uomo da proclami e da promesse. Qui si guarda più all’economia che alla politica estera, più al modulo 740 che alle pacche sulle spalle di Bush. Il Polo deve stare attento al segnale che gli potrebbe arrivare da Milano. Perchè qui si guarda sempre oltre». Ammesso che le urne lo consentano, e non gelino - come spesso accade - previsioni e aspettative.

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