Da La Stampa del 13/06/2004

Un documento del pentagono solleva interrogativi giuridici e morali

Filosofia della tortura

Ma la lotta ai terroristi consente ogni eccesso?

di Ermanno Bencivenga

Lunedì scorso il Wall Street Journal ha pubblicato brani di un lungo documento (oltre cento pagine) del Pentagono datato 6 marzo 2003, classificato «segreto» e preparato per il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld da un gruppo di avvocati, militari e non, in consultazione con il Ministero della Giustizia e lo Stato Maggiore. Il documento fornisce una serie di giustificazioni legali per l'uso della tortura, e il suo affiorare nel contesto delle recenti polemiche sugli abusi compiuti nelle prigioni irachene ha naturalmente attizzato il fuoco. Qui però non voglio discutere gli ovvi risvolti politici della situazione, né il ruolo causale che questo documento o altri analoghi possono aver avuto nell'incoraggiare violenze ad Abu Ghraib o a Guantanamo. Mi interessa invece la logica interna del documento; trovo importante esplicitare i principi etici e giuridici che esso menziona e utilizza. In tempi di crisi radicale di ogni valore come quelli in cui viviamo, è bene che ciascuno rifletta sulle premesse e sulle implicazioni di certe scelte.

Il documento intende soprattutto proteggere gli «operatori» direttamente implicati nelle torture da possibili azioni legali; negli Stati Uniti, come è noto, tutti fanno causa a tutti e, se i militari e i (numerosi) civili dediti al compito di estrarre informazioni dai detenuti non si sentissero al riparo da eventuali ritorsioni, troverebbero difficile svolgere le loro mansioni con serenità. A tale scopo, gli avvocati di Rumsfeld danno tre principali suggerimenti.

Primo, fanno appello al potere assoluto che competerebbe al presidente nella sua qualità di «comandante in capo». Interferire nella sua decisione di usare questo o quel metodo per interrogare i prigionieri sarebbe come (affermano) indire un dibattito parlamentare su quale strategia usare in una battaglia. Nell'un caso come nell'altro, il presidente ha totale libertà di scelta; si consiglia dunque che egli emetta una direttiva scritta assumendosi la responsabilità di questa scelta - e, quel che più conta, scagionando gli esecutori materiali della direttiva stessa. In proposito, si fa riferimento alla cosiddetta «difesa di Norimberga»: davanti a un ordine preciso, quel tribunale aveva stabilito, non ci sono più alternative.

Secondo, il documento cita lo «stato di necessità» nel quale ci si trova a operare. Per il bene della società (dichiara) si deve talvolta violare la lettera della legge; se una scarica elettrica, i morsi di un cane o l'uso della fame, del freddo o della mancanza di riposo sono gli unici modi per salvare i cittadini da un attentato terroristico, non si può andare troppo per il sottile. Qui il discorso si collega ad antiche tradizioni di filosofia morale: all'utilitarismo, per esempio (cioè alla dottrina per cui il bene supremo è la maggiore felicità possibile per il maggior numero di persone possibile, e il nostro dovere è quello di perseguirla), e in generale al consequenzialismo (per cui l'atto moralmente buono è quello che produce le migliori conseguenze, per esempio che più ci avvicina al bene supremo degli utilitaristi). E si collega anche ad antichi, inquietanti paradossi che nascono in queste posizioni, come quello del «capro espiatorio»: se la grande maggioranza delle persone fosse molto più felice (o una qualsiasi altra conseguenza meritoria fosse ottenuta) in seguito alle orribili sofferenze di un singolo individuo innocente, sarebbe giusto quindi sottoporre quell'individuo a orribili sofferenze?

La terza argomentazione possibile, secondo gli esperti del Pentagono, è fondata sull'autodifesa. Ti ammazzo perché altrimenti mi ammazzi tu; ti torturo perché altrimenti mi torturi tu. Anzi, ti ammazzo o ti torturo se sono «ragionevolmente convinto» che altrimenti tu mi ammazzerai o mi torturerai. Qui il problema sta tutto nell'estensione del «tu»: la persona sottoposta a torture, di solito, non è in grado di nuocere, dunque è necessario interpretare il «tu» come riferito a un gruppo, o esercito, o popolo. È come dire che ti pesto un piede perché altrimenti la tua mano potrebbe colpirmi; tormento questo membro del gruppo, o esercito, o popolo, perché altrimenti un altro membro potrebbe tormentare me (o qualcuno con cui io mi identifico - anche «io» è attraversato dalla stessa ambiguità).

Il concetto più fondamentale espresso dalla morale e dalla giustizia è quello di limite. Non tutto è legittimo, non tutto è permesso, non tutto è legale. È questo concetto che le giustificazioni di cui sopra contestano, in modi fra loro diversi ma in fondo coerenti l'uno con l'altro; ed è su di esso che dobbiamo riflettere. Primo, quando demandiamo pieni poteri a un'autorità, la stiamo autorizzando a compiere qualsiasi cosa, con qualsiasi mezzo? Quanto «pieni» sono effettivamente i poteri? Se i poteri sono funzionali a ottenere un certo risultato, le stiamo in sostanza dicendo: «Ottieni il risultato, non voglio sapere come»? Secondo, ammesso che siamo tutti d'accordo su quale sia il bene della società, siamo disposti a arrivarci per qualunque via? Anche per vie che renderebbero questa società indegna di esistere? Terzo, è la salvezza della nostra vita un obiettivo nel nome del quale è lecito commettere ogni atrocità? Non ci sono forse atrocità commesse le quali la vita non avrebbe più senso?

Nessuno può rispondere a queste domande per un altro; ognuno ha la responsabilità della sua risposta. Ma nessuno, neanche, può evitare di dare una risposta, e di pensarci prima di darla. Specialmente di questi tempi.

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