Da Famiglia cristiana del 16/05/2004
Originale su http://www.sanpaolo.org/fc/0420fc/0420fc42.htm

Convegno mondiale di "Mani tese" sullo sfruttamento minorile

Bimbi schiavi, ora basta

Sono 210 milioni i bambini costretti a lavorare, 8 milioni e mezzo dei quali ridotti in schiavitù. Un fenomeno che continua a crescere, ma che ora qualcuno vuole fermare.

di Alberto Bobbio

Cuciono palloni, confezionano tappeti, raccolgono cacao, fabbricano mattoni, raccolgono pietre preziose. Ma possono anche diventare oggetti scambiati tra adulti nel mercato della pedofilia, o finire arruolati da guerriglie senza scrupoli.

Sono 210 milioni i bambini che lavorano nel mondo: maschi e femmine con pari opportunità di essere sfruttati. Secondo l’Organizzazione mondiale del lavoro (Oil), 8 milioni e mezzo sono ridotti a schiavi nelle miniere o nei bordelli, con in mano un fucile o in case signorili come piccoli domestici, con poco cibo e tanta paura. Per lo più in Africa, seguita da Asia e America latina. Nemmeno in Europa il fenomeno è sparito: il 2 per cento dei bambini lavora nei Paesi di antica industrializzazione dell’Europa, mentre nei Paesi ex comunisti e in Russia la percentuale raddoppia. La Gran Bretagna, unica tra i Paesi dell’Unione, manda al fronte i minori. Ragazzi con meno di 18 anni sono stati uccisi nella guerra del Golfo e nel conflitto delle Isole Falkland e circa 50 minorenni hanno fatto parte dei contingenti britannici in Kosovo, sebbene l’Onu vieti l’impiego di soldati con meno di 18 anni nelle forze internazionali di peacekeeping. Eppure, la Gran Bretagna è stato il primo Paese al mondo ad avere regolato il lavoro infantile con una legge del 1833. Il fenomeno nel mondo è in ripresa, secondo una denuncia di "Mani Tese", che a Firenze fino al 16 maggio organizza il Congresso mondiale dei bambini contro lo sfruttamento del lavoro minorile.


POVERTÀ E ANALFABETISMO

Quest’anno il prestigioso premio mondiale per i diritti dei bambini è stato assegnato a Ungsongtham Pratep Hata, una ex bambina lavoratrice che ha dedicato la sua vita a dare opportunità scolastiche ai bambini lavoratori. Quattro anni fa il premio venne assegnato a Iqbal Masiq, il simbolo di tutti i bambini sfruttati del mondo, ucciso nel 1995 in Pakistan dalla mafia dei tappeti a cui aveva osato ribellarsi. Oggi in Pakistan i produttori di tappeti utilizzano ancora una cifra che si stima di 8 milioni di bambini tra i 9 e i 14 anni.

Nuovi Paesi, intanto, si affacciano su questa tragica scena. L’Argentina, la cui economia è crollata in questi ultimi anni, conta circa un milione e mezzo di bambini lavoratori tra i 5 e i 14 anni, una cifra pari al 22 per cento della popolazione di questa fascia d’età.

Lo sfruttamento infantile è al tempo stesso causa e conseguenza della povertà. Osserva il sociologo pachistano Nazar Ali Salal: «Più una popolazione è povera, più avrà figli che rimarranno analfabeti, poiché dovranno lavorare per aiutare il bilancio familiare. E più una popolazione è analfabeta, più resta impigliata nella povertà». I bambini così sono indispensabili. L’Asia labour monitor calcola che nel continente un quinto del Pil sia prodotto dai bambini. In Bangladesh e in Nepal le piantagioni di tè assorbono molta manodopera minorile, con orari lunghi e paghe basse, al servizio delle grandi multinazionali.


SOTTOPAGATI E SPESSO ABUSATI

L’Indonesia, dove il lavoro minorile è permesso per 4 ore al giorno, ne sono impiegati oltre 300.000 con turni superiori alle 12 ore. In Brasile tagliano la canna e raccolgono caffè. Ma l’ultima grande preoccupazione del Governo è per circa mezzo milione di bambine e adolescenti tra i 5 e i 17 anni che lavorano come domestiche in condizioni di semi-schiavitù, a volte senza salario.

L’abuso sessuale è quasi sempre considerato dai padroni parte naturale del contratto. Le organizzazioni sindacali, anche in altri Stati dell’America latina, da 10 anni denunciano l’esistenza di minori schiavi per debiti. A migliaia, insieme alle loro famiglie, lavorano nelle fabbriche di carbonella di Carjas, in Brasile.

In Perú l’amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Huancayo, monsignor José Renoso, ha denunciato all’agenzia vaticana Fides l’esistenza di un traffico di bambini, che fa sparire fino a 15 piccoli al mese: «Qui abbiamo 3.000 bambini che lavorano nelle miniere. L’anno scorso ne abbiamo identificati 500 nei bordelli delle città. In questa zona il 40 per cento dei bambini che nasce non viene riconosciuto dal padre. E quindi non ha nome».

L’Africa sta sempre al primo posto delle classifiche più terribili. In Egitto un milione e mezzo di bambini lavora nelle concerie a contatto con sostanze tossiche. Nelle miniere di pietre preziose della Tanzania i bambini più piccoli si nascondono negli anfratti delle gallerie delle miniere durante le esplosioni per essere tra i primi a raccogliere le gemme: ricevono così una sorta di premio di pochi centesimi di euro, spesso unica paga della giornata. Ma molti muoiono travolti dalle rocce, senza che nessuno ne sappia nulla. In Ghana e in Senegal i bambini piccoli affidati a mullah musulmani per imparare il Corano finiscono spesso sul marciapiede a raccogliere elemosina e vengono picchiati se non ne raccolgono abbastanza.


ANCHE NEGLI USA E IN ITALIA

Ma anche negli Usa il Governo federale aveva calcolato cinque anni fa l’esistenza di minori impiegati illegalmente in attività commerciali e in aziende tessili. Negli ultimi cinque anni, secondo un dato diffuso dall’Unicef, la violazione delle norme sul lavoro minorile negli Usa è aumentata del 250 per cento.

In Italia l’analisi del fenomeno è controversa. Secondo un rapporto della Cgil sono 599.000 i minori al lavoro, di cui 326.000 che lavorano a tempo pieno. Il ministero del Lavoro, invece, ne ammette 144.000, di cui però solo il 15 per cento ha oltre 15 anni.

Il primo contatto con il lavoro avviene di solito a dieci anni e nel Nordest, dove una diffusa cultura familiare annette più importanza al lavoro che alla scuola. La quota di minori al lavoro in questa zona è maggiore di quella delle altre Regioni d’Italia.

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