Da La Repubblica del 01/06/2004

Birmania, la sfida del regime "Ecco la nostra costituzione"

Un anno fa il nuovo arresto della dissidente Aung Suu Kyi: un´assemblea senza opposizione
I mille delegati scelti dalla giunta militare non possono uscire dall´aula-bunker. Nel paese c´è un´assenza totale di democrazia

di Raimondo Bultrini

RANGOON - Bastano pochi minuti dall´arrivo all´aeroporto di Rangoon per rendersi conto che il regime dittatoriale dei generali birmani non si manifesta visibilmente. In viaggio verso la città notturna resa spettrale dai tagli sistematici dell´illuminazione pubblica e privata, non si incontra nessuna camionetta di militari o check point, lo stesso nei siti turistici come la sacra e incantevole pagoda di Shwedagon, innalzata dai vari re buddhisti e oggi visibile da tutta la metropoli con i suoi anelli dorati. E´ durante i giorni di impaziente attesa del contatto con qualcuno dei dissidenti che il clima di paura si fa palpabile e teso.

La celebrazione di una delle Assemblee considerate dal regime tra le più importanti nella storia degli ultimi 42 anni di dittatura in Birmania, oggi Myanmar, è iniziata il 17 maggio scorso. L´hanno chiamata "Convenzione di riconciliazione nazionale" e doveva - a giudicare dal nome e dalle intenzioni espresse pubblicamente - riscrivere la nuova costituzione cancellata dopo le rivolte studentesche del 1988 e riportare "pace e armonia" nel paese.

Ma fin dalla vigilia si era capito che le intenzioni dei militari al potere non erano quelle dichiarate. La Nobel della pace Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la Democrazia che nel ?90 ottenne la stragrande maggioranza dei consensi prima di venire bandita dalla giunta, era ancora agli arresti domiciliari e non sarebbe stata rilasciata per partecipare alla Convenzione. Tranne due eccezioni, migliaia di membri dell´Nld sono rimasti a languire nelle famigerate celle di Insen o isolati nelle loro abitazioni. E altre migliaia vivono nell´incubo di nuovi arresti. A rendere evidente che le intenzioni riconciliatorie erano solo sulla carta, tra i delegati della Convenzione non figuravano nemmeno i dirigenti dei principali movimenti separatisti delle grandi minoranze come Shan, Kachin, Karen, che continuano a lottare armi in pugno per liberarsi dal controllo militare e politico di Rangoon.

I generali della giunta guidata dal misterioso Tang Shwe, e dal neo primo ministro Khin Nyunt che fu capo dei servizi segreti, non si sono dati alcuna pena di cominciare la pomposa Convention senza tanti protagonisti della storia nazionale, e hanno bruscamente liquidato le accuse degli Usa di aver imbastito una "farsa" di regime rinfacciando loro la catastrofe dell´Iraq. Anche gli inglesi, promotori come molti altri paesi occidentali di un embargo verso Myanmar, hanno ricevuto la rappresaglia morale dai militari che hanno indicato le imprese coloniali britanniche come vera origine dei conflitti etnici in corso e dello stesso traffico di droga nel Triangolo Oro.

Reclusa nella sua fatiscente villetta sul lago di viale dell´Università, Aung San Suu Kyi riceve poche e filtrate informazioni su ciò che accade all´esterno, sebbene abbia potuto incontrare recentemente più volte gli altri membri del partito agli arresti e l´ottantenne portavoce U Lwin, appena liberato e il solo autorizzato ad avere contatti con l´esterno.

Costretto a camminare con un bastone, scosso da colpi di tosse violenti, U Lwin spiega che la Convenzione, con la nuova costituzione già scritta, «altro non è che uno show» di oltre mille delegati cooptati dalla giunta militare tra i rappresentanti delle varie associazioni e categorie create dal regime (compresi musicisti e danzatori), oltre a pochi osservatori stranieri interessati soprattutto ai possibili affari con Rangoon. Il portavoce ci anticipa la notizia che Aung San Suu Kyi non sarà liberata perché il partito non ha accettato di scendere a compromessi con le precondizioni "riconciliatorie" stabilite dalla giunta in 104 punti, tra i quali una quota fissa del 25 per cento di posti ai militari in ogni assemblea istituzionale, dal parlamento ai municipi.

L´Assemblea - tuttora in corso - è cominciata così nello stile di ogni regime militare, nel rigore di un bunker super sorvegliato a 20 chilometri dalla città dove i delegati scelti uno a uno possono godere di alcuni svaghi tra cui karaoke e salone di bellezza, ma non uscire dal recinto della Convention «singolarmente o in gruppo» e parlare con esterni. Misure di sicurezza che suonano perfino esagerate per un´opposizione sfinita e sfiduciata in un paese dove ogni cittadino è sorvegliato da una rete capillare di agenti e informatori, uno ogni dieci famiglie e una caserma di polizia ogni cento, e dove perfino i motorini sono banditi dalle città per paura di furti e scippi. Anche gli studenti - evacuati da Rangoon per paura di nuove rivolte come nel 1988 - sono stati frastagliati in tre nuovi complessi universitari persi nelle campagne dell´hinterland.

Solo il pensiero della sorte della Signora, come i birmani chiamano Aung San Suu Kyi, riscalda ancora gli animi di quanti ancora sperano in un suo ritorno alla vita pubblica e quindi alla democrazia. Ma è un sogno dal quale troppe volte la gente si è dovuta svegliare bruscamente, come quando un anno fa, il 30 maggio del 2003, nel primo viaggio dopo l´ennesima liberazione provvisoria, il corteo di Aung San fu bloccato a nord di Mandalay e massacrato da squadroni dell´esercito che nascosero poi un centinaio di cadaveri. L´anniversario della strage e dell´ennesimo arresto della leader birmana è stato fatto passare inosservato, così come la notizia del potente ciclone che nei giorni della Convenzione ha ucciso oltre 150 persone sulla costa.

E´ sotto questa cappa di opprimente omertà che gran parte dei 50 milioni di birmani finisce per occuparsi solamente di trovare il modo di riempire ogni giorno lo stomaco e un riparo per la notte, oltre a pregare le divinità e gli spiriti in un mix di buddhismo e animismo che porta loro "pace e armonia" quantomeno interiore.

Poco importa ai generali che per sfamarsi il popolo viva spesso in condizioni di schiavitù e sfruttamento disumane, com´è possibile vedere lungo le strade, nei cantieri, nelle miniere, sulle chiatte dei vari porti fluviali dove frotte di portatori comprese donne e bambini trasportano pesi enormi per pochi kyat, la moneta locale. Per loro l´unica cosa certa è che difficilmente una nuova costituzione cambierà lo stato delle cose.

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