Da Corriere della Sera del 09/05/2004

Bush: «Errore di pochi». Blair informato a febbraio

I democratici: sulle torture scusarsi non basta. Tra 45 giorni il rapporto della Commissione d’inchiesta

di Ennio Caretto

WASHINGTON - Il giorno dopo la deposizione di Rumsfeld al Congresso, l'«Iraqgate» (come alcuni democratici chiamano lo scandalo delle torture) fa esplodere una guerra politica ed elettorale. Che rimbalza sull’altra sponda dell’Atlantico: ieri il governo britannico ha ammesso di aver ricevuto il rapporto della Croce rossa sulle torture in Iraq tre mesi fa, a febbraio.

Nel discorso radiofonico del sabato, Bush ribadisce che si è trattato «del cattivo comportamento di pochi», che «l'intero sistema carcerario iracheno è sotto esame», e che «la missione a Bagdad continua». Sottolinea che i colpevoli delle atrocità «erano tenuti a rispettare le leggi americane e le convenzioni di Ginevra», promette che saranno puniti e che «verranno scoperti tutti gli abusi». Ma a nome dell'opposizione, il generale a riposo Wesley Clark, ex comandante Nato, vincitore della guerra del Kosovo, ribatte che «non basta porgere scuse», bisogna «cambiare corso in Iraq». E attacca Bush: «La missione rischia di fallire», il presidente «è un comandante in capo che dietro falsi pretesti ha sferrato una guerra non necessaria e ha commesso un errore politico dopo l'altro», rischiando di trasformare l'Iraq «in uno Stato che produce terroristi».

È il segno che la testimonianza di Rumsfeld non ha chiuso lo scandalo: lo ha aggravato. Spuntano ora altre foto delle torture e la posizione del ministro della Difesa si fa più difficile. Rumsfeld nomina i membri della Commissione d'inchiesta indipendente. Nomi prestigiosi: l'ex direttore della Cia ed ex ministro della Difesa James Schlesinger; l’ex ministro della Difesa, Harold Brown, unico democratico; l'ex deputata Tillie Fowler, esperta di questioni militari; l'ex generale Charles Corner, comandante della aeronautica nella Guerra del golfo del '91. Dovranno presentare il rapporto entro 45 giorni. Ma riuscirà a placare le polemiche? I democratici credono di no. Rilevano che, a differenza dei due giorni precedenti, nel discorso di ieri Bush non ha difeso Rumsfeld. E sebbene la Casa Bianca smentisca, il New York Times scrive che il consigliere della sicurezza «Condi» Rice e il guru elettorale Karl Rove preferirebbero che il ministro si dimettesse.

Alle radici dello scontro politico vi sono gli interrogativi su quanto Rumsfeld sapesse dello scandalo. E’ stato il senatore repubblicano John McCain, torturato per 5 anni in una prigione nordvietnamita, a porre al ministro della Difesa la domanda più difficile nel corso dell’audizione al Congresso: chi controllava il carcere di Abu Ghraib? La polizia militare, come da regolamento, o l’intelligence, come denunciato dal rapporto del generale Toguba? Il ministro non ha risposto. Ma in un'intervista al Washington Post , Sabrina Harman, una delle soldatesse incriminate, ha accusato l'intelligence: «Ci portavano i prigionieri già incappucciati e ammanettati e ci dicevano di ammorbidirli. Noi dovevamo tenerli svegli e fargli vedere l'inferno». Se le varie inchieste in corso confermassero che le torture erano sistematiche, osservano i democratici, neppure la testa di Rumsfeld garantirebbe a Bush la rielezione.

Ieri a Bagdad il generale Geoffrey Miller, nuovo comandante di Abu Ghraib, ha aumentato le difficoltà di Bush: «Prosegue il rilascio dei detenuti», ha detto, «si prepara il processo dei colpevoli», le sevizie furono dovute «a mancanza di leadership» perché «i limiti alle attività dei soldati erano chiari», «gli accordi di Ginevra verranno rispettati 24 ore su 24». Ma precisa che non chiude Abu Ghraib, che secondo Clark dovrebbe essere distrutta «in un gesto simbolico». E Miller non è al di sopra dei sospetti: ex comandante di Guantanamo a Cuba è autore di un rapporto iniziale che nascose le torture in Iraq. Poco confortanti anche le dichiarazioni ieri del governatore Usa a Bagdad Paul Bremer: «Qualcosa avrebbe potuto essere fatto prima. Condivido l’indignazione degli iracheni».

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