Da La Repubblica del 05/05/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/esteri/iraq21/rodota/rodota.html

Le idee

Quando la democrazia tradisce se stessa

di Stefano RodotÓ

NON amo le semplificazioni, e ancor meno le omissioni. Penso in questo momento alla tortura, alla terribile documentazione sulle sevizie ai prigionieri iracheni e alla discussione che sta suscitando. I generali americani accusano la Cia, e gli immancabili realisti ci mettono in guardia contro una visione angelicata di qualsiasi conflitto, contro la pretesa d'una guerra senza i suoi orrori. Poi tutti invocano una punizione dei responsabili, che ricostituirebbe la giustizia e acquieterebbe le coscienze.

E, invece, questo non basta. Il peccato d'omissione sta nell'ignorare che ormai da tre anni, dall'11 settembre, è aperto negli Usa un dibattito sulla legittimità del ritorno alla tortura come legittima risposta nel quadro della guerra "asimmetrica" scatenata dal terrorismo. Non lo dicono soltanto i duri dell'amministrazione Bush.

Ne hanno parlato esplicitamente in molti, tra gli altri anche un ex-campione dei diritti civili, quell'avvocato Alan Dershowitz che l'opinione pubblica ha conosciuto come intrepido difensore attraverso un film, "Il caso Von Bulow", e per le "terrificanti parcelle" mandate a Woody Allen quando litigava con Mia Farrow. Non voglio additare mandanti. Guai alla tentazione di parlare di "cattivi maestri" e di fare processi alle opinioni. Ma voglio dire che la vicenda dell'Iraq non può essere considerata come una deviazione da un parametro unanimemente condiviso, come una parentesi che può essere chiusa senza danni e senza una riflessione più generale. Vi sono fenomeni che non possono nascere senza un clima culturale che li prepari e li accompagni, ed è di questo che si deve parlare se si vuole davvero estirparli. I corpi hanno preso la parola. La visione del corpo torturato provoca "disgusto".

Il dibattito sulla tortura, invece, era passato senza che gli inorriditi di oggi dicessero una parola, così come, immemori delle terribili gabbie dov'erano stati rinchiusi i prigionieri americani in Vietnam, erano rimasti silenziosi davanti alla gabbie di Guantanamo.

Di questa cultura bisogna parlare, perché s'era pensato che l'Occidente se ne fosse liberato per sempre, portando a compimento un processo cominciato con la Magna Charta e con la promessa del sovrano di non "mettere mano" sul corpo del suddito. Per questo era apparso a qualcuno anacronistico, quasi una pura memoria d'un passato ormai trascorso, il divieto della tortura ribadito nel 2000 dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. E invece, oggi che la tortura torna tra noi, ci accorgiamo con desolazione che quella norma è ancora necessaria, come se la democrazia avesse sempre bisogno d'un "richiamo" di vaccini che si pensava l'avessero definitivamente immunizzata contro vecchi mali.

Quella proibizione, già contenuta nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, era stata ripresa dal Consiglio d'Europa nel 1950, approvando la Convenzione sui diritti dell'uomo. Era la reazione agli orrori dei decenni precedenti, una pubblica affermazione del distacco da una cultura alla quale nessuno avrebbe più dato cittadinanza. Ma, proprio perché figlia di quella consapevolezza, la Convenzione non era ingenua. Sapeva che possono prodursi accadimenti nei quali pure la democrazia può esser costretta a ricorrere a mezzi eccezionali. Indicava, però, un limite invalicabile alle eventuali limitazioni di libertà e diritti nell'illegittimità di ogni ricorso a strumenti incompatibili con i caratteri di una "società democratica".

Questa incompatibilità, nel caso della tortura, è indiscutibilmente radicale. E, se è possibile esprimersi così, lo diviene ancor di più con la Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, dove il metro di giudizio non è solo quello della democrazia, ma quello della dignità umana, alla quale è dedicato il primo articolo della Carta.

Quando si parla di tortura si va alle radici stesse della nostra civiltà, si toccano principi incomprimibili che non tollerano né distinzioni, né condiscendenze. Ma, esorcizzato questo male assoluto, non ci si può fermare, distogliere lo sguardo dalla situazione complessiva. Se questo è avvenuto, dobbiamo guardare più a fondo nei rischi di processi degenerativi delle nostre democrazie.

Il ricorso alla tortura deve essere analizzato anche come esito estremo di una analisi e di una strategia che, da una parte, faticano a trovare risposte al terrorismo che non incidano pesantemente sul sistema delle libertà; e, dall'altra, hanno allontanato da sé, dall'Occidente avanzato, la questione della tortura, tollerandone la pratica in numerosi paesi, malgrado la condanna delle convenzioni delle Nazioni Unite e del Consiglio d'Europa. E la degenerazione ultima si è avuta quando alcuni paesi, tra questi ancora gli Stati Uniti, hanno "esternalizzato" la tortura, affidando a paesi più spregiudicati il "trattamento" di persone dalle quali si volevano ottenere informazioni con la violenza.

La scoperta di torturatori provenienti da Stati Uniti e Gran Bretagna, e inquadrati nei rispettivi eserciti, mostra che non si è neppure riusciti a perseverare nell'ipocrisia di una tortura mantenuta all'esterno del sistema "civilizzato". Ora le reazioni alla rivelazione delle violenze sui prigionieri iracheni produrranno probabilmente un rigetto di queste pratiche. Ma si arresterà anche la discussione generale sulla legittimità della tortura ora che all'argomentazione astratta si sono sostituite la materialità e l'insopportabilità delle immagini concrete? O, estremo paradosso, l'espulsione della tortura dalle pratiche e dalle discussioni determinerà una indiretta legittimazione di tutti gli strumenti che non esprimano una così esplicita carica violenta?

Diventa così ineludibile una riflessione ulteriore sulla democrazia e i diritti in un tempo segnato dal terrorismo. Sappiamo che, adottando una linea che almeno per questo aspetto non è nuova, i terroristi vogliono che la democrazia neghi se stessa, entri in conflitto con la sua stessa logica. Ma sappiamo anche che il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali non è solo un dovere imposto dalle leggi, ma un formidabile "valore aggiunto" per la democrazia nella lotta contro chiunque neghi i suoi valori.

Questa non è retorica democratica. È l'indicazione di una linea, faticosa ma ineludibile, che ricerchi il punto di compatibilità tra esigenze di lotta al terrorismo e mantenimento delle garanzie. Molti casi dimostrano che ciò è possibile. Altrimenti, contemplando le norme e le prassi di un'emergenza divenuta "infinita" come la guerra, ci accorgeremo che questo specchio deformato ci restituisce una immagine nella quale faticheremo sempre di più a riconoscere i tratti della democrazia.

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