Da La Repubblica del 26/04/2004

India, l´ultimo sogno di Vajpayee la nuova ricchezza tra riso e software

La crescita vola all´8% ma 250 milioni di indiani vivono in assoluta miseria
L´economia in nero produce due terzi dell´export e il 60% del risparmio
Quasi 700 milioni di elettori votano, in quattro turni, per il rinnovo del Parlamento
Il partito del premier in carica dovrebbe essere confermato dal voto

di Maurizio Ricci

AHMEDABAD - Ela, la ragazza che si alza adesso dal cerchio delle contadine, ha indosso il sari color acqua marina preferito dalle donne giovani. E´ giorno di riunione in questa cooperativa della Sewa, un´associazione che aiuta e organizza centinaia di migliaia di donne nelle campagne del Gujarat, e Ela vuole parlare dell´acqua. Nel suo villaggio, come in quasi tutti, c´è una pompa sola, di proprietà del contadino più ricco. «Me la fa pagare 3-400 rupie l´ora e, per irrigare il mio mezzo ettaro, ne ho bisogno per 7-8 ore» racconta. E meno male che il monsone è stato buono, l´acqua è abbondante, altrimenti costerebbe 7-800 rupie l´ora. Ela sa far bene di conto e il problema è semplice: una giornata di irrigazione equivale al reddito mensile medio della metà delle famiglie contadine del Gujarat, che non arriva a 3 mila rupie (60 dollari). Nell´altra metà delle famiglie, poche superano le 6 mila rupie. Anche nelle annate migliori, dunque, Ela irriga il meno possibile, il raccolto è comunque scarso, non ci sono soldi per migliorare sementi e strumenti o per allargare il fazzoletto di terra. E il circolo vizioso rischia di ripetersi anno dopo anno.

«L´India luccica» assicura lo slogan del Bjp, il partito induista del premier Atal Vajpayee, in vista delle elezioni nazionali che, fra il 20 aprile e il 10 maggio, devono decidere se, nei prossimi anni, il paese sarà governato ancora dallo stesso Bjp o dal Congresso di Sonia Gandhi. Nelle grandi città, a Delhi come a Ahmedabad, a Chennai come a Hyderabad, intellettuali, politici e giornalisti sembrano, in effetti, travolti da un´ondata di ottimismo, un sentimento del tutto nuovo per l´India indipendente: il buon monsone dell´ultimo novembre, dopo due anni di scarse piogge, ha rilanciato il tasso di sviluppo al 7,5 per cento, le prime partite India-Pakistan di cricket, dopo un gelo durato 14 anni, allontanano finalmente lo spettro pluridecennale di una guerra per il Kashmir, il boom dell´informatica nazionale ha proiettato il paese nella pattuglia avanzata dell´economia mondiale. Ma, dai campi del Gujarat e del resto dell´India, per la stragrande maggioranza degli indiani, il luccichio dei palazzi di vetro delle industrie hi-tech di Bangalore e di Mumbai appare fievole e remoto. Su un miliardo di indiani, due terzi vivono nelle campagne. Di questi 600 milioni di contadini, spiega Amir Ullah Khan, dell´India Development Foundation, 400 milioni hanno meno di un ettaro da coltivare e più di metà di loro vive sotto la soglia ufficiale di povertà di un dollaro al giorno. Rispetto a dieci anni fa, la situazione è migliorata: allora un indiano su tre galleggiava sul tormento quotidiano della fame, oggi siamo ad uno su quattro. Ma il prezzo è un aumento delle ineguaglianze: in questi anni, la capacità di spesa delle famiglie contadine degli stati poveri del Nord e dell´Est è rimasta uguale, mentre è cresciuta del 20-30 per cento nelle città degli stati ricchi del Sud e dell´Ovest.

«L´India - dice un vecchio adagio dei tempi coloniali - è un paese di estremi e ogni estremo è abbastanza grande da farti credere di essere l´intera storia». Per vedere l´India che cambia non occorre arrivare ai parchi industriali dei grandi del software - la Wipro, la Infosys - di Bangalore, e trovarsi di fronte le immagini della Silicon Valley californiana. La posso vedere trasformarsi, quasi davanti ai miei occhi, nelle vie appena fuori del centro di Chennai, la vecchia Madras. Una accanto all´altra, in file interminabili, le vecchie botteghe sono rimaste le stesse: scatole quadrate con le pareti di legno e i tetti in lamiera corrugata. Ma non espongono più mobili a poco prezzo, vasellame in coccio e plastica, rotoli di stoffe di cotone. Sotto insegne, spesso, soltanto grossolanamente corrette, adesso vendono enormi tv a schermo piatto, computer e assistenza software, telefonini, la grande platea di gadget per i consumi di una classe media di 200 milioni di persone, un mercato non distante, per dimensioni, da quello americano. Ma venti, trenta chilometri più fuori, si stendono le campagne dei 250 milioni di poveri affamati o delle altre centinaia di milioni di contadini come Ela, ostaggi del capriccio dei monsoni sul loro ettaro di terra a frumento e un´unica vacca per il latte.

Difficilmente questa miscela, potenzialmente esplosiva per una grande democrazia, si rispecchierà nelle elezioni. «La frammentazione regionale dei partiti - sostiene Rammanohar Reddy, vicedirettore dell´altro grande quotidiano nazionale, The Hindu - rende difficile il confronto fra idee e programmi». L´emergere di partiti a egemonia regionale favorisce il Bjp di Vajpayee che, non avendo una vera presenza nazionale, ha più facilità a stringere alleanze, mentre complica il cammino del Congresso, storicamente il grande partito nazionale panindiano. «Sul piano generale, comunque - continua Reddy - i sondaggi danno favorito Vajpayee che può contare sulle speranze suscitate di una pace duratura con il Pakistan e sulla ventata di ottimismo che il nuovo dinamismo economico sta portando nel paese». Per contrastarlo sul piano dell´immagine, il Congresso ha lasciato intravedere i primi passi di un rinnovamento dinastico. Sonia, la vedova italiana di Rajiv Gandhi, ha lasciato il seggio tradizionale di famiglia, non lontano da Delhi, al figlio Rahul, chiamato finalmente a entrare in politica, a rappresentare la quarta generazione della dinastia che, attraverso Nerhu, Indira e il padre Rajiv, ha incarnato la storia dell´India indipendente.

Il Congresso ha, anche, abbandonato la strategia del 1999, quando scelse, perdendo le elezioni, di presentarsi come il partito dei poveri e delle campagne, contro il Bjp delle città e dei ceti medi, e riscopre di essere stato il primo profeta, all´inizio degli anni ?90, delle riforme che, smantellandone le imbragature burocratiche e protezionistiche, hanno dato vitalità all´economia indiana.

Il settore high tech, dal software alle biotecnologie, che fa parlare di miracolo indiano, viaggia a ritmi di crescita annua del 30 per cento. «Ma la verità è che, se oggi il paese è tornato a crescere ad un ritmo superiore al 7 per cento - ammette Sompal, ex ministro dell´Agricoltura del Bjp, oggi presidente della Commissione nazionale per i contadini - è merito, soprattutto, di un monsone particolarmente ricco di pioggia, che ha beneficiato l´agricoltura». L´industria informatica indiana brilla di luce viva, ma occupa oggi, in tutto, 770 mila persone. L´associazione di categoria, la Nasscom, prevede 2 milioni di addetti nel 2008, più 2 milioni di occupati indiretti: una goccia, nel mare di una forza lavoro di 450 milioni di persone.

Se le prospettive della tecnologia indiana, insomma, sono brillanti, il nodo sta, però, altrove. «Il punto è che, pur con uno sviluppo del 7 per cento - sottolinea Sompal - l´occupazione è cresciuta solo dell´1 per cento». Gli economisti della Cii, la Confindustria indiana, calcolano, infatti, che solo per tenere il passo di una popolazione che continua a crescere a ritmi esplosivi, il paese debba crescere almeno dell´8 per cento per i prossimi decenni. E, per mettere in moto il pesante elefante indiano, il punto numero uno, come dimostra l´impatto del monsone, è l´agricoltura. L´imperativo, insomma, è aumentare la produttività dell´agricoltura. Ma questo significa alleggerire l´enorme popolazione che grava sulle campagne. Per mandarla dove? L´anomalia indiana è, paradossalmente, nella modernità che sta assumendo la sua economia. Quest´anno, per la prima volta, il settore dei servizi ha scavalcato il 50 per cento dell´economia: agricoltura e industria si spartiscono a metà il resto. E´ un inedito nella storia dello sviluppo e non è necessariamente una buona notizia. Per l´ortodossia economica, questo nocciolo ultramoderno di high tech e industrie snelle all´interno del corpaccione di una economia prigioniera di un´agricoltura arretrata, è un vicolo cieco. Oppure, dice Vinod Ahuja dell´Institute of Management di Ahmedabad, è una illusione ottica. In fondo, l´economia emersa, quella che vediamo in superficie, non è più del 5 per cento dell´economia reale. Il resto, quello che non vediamo, è l´economia nera che produce i due terzi dell´export e il 60 per cento del risparmio. Forse, è qui che l´India si prepara davvero a luccicare.

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