Da La Repubblica del 13/04/2004

La desecretazione del memo del 6 agosto 2001 non placa le polemiche. Il presidente crolla nei sondaggi

"Al Qaeda proverà a colpirci" Il rapporto che accusa Bush

La Casa Bianca: "Non c´erano elementi su cui agire"

di Arturo Zampaglione

NEW YORK - George Bush ha approfittato della Pasqua per togliere il segreto di stato su un documento consegnatogli dalla Cia nell´agosto 2001 sui pericoli di Al Qaeda. La speranza della Casa Bianca era forse di limitarne la diffusione e minimizzare i danni politici. Ma il clima festivo non è riuscito ad attenuare le polemiche: quel memorandum di appena 500 parole, in cui l´intelligence offriva una valutazione analitica dei rischi del network terroristico, è destinato a diventare uno dei temi caldi delle presidenziali di novembre.

Già in difficoltà sull´Iraq, dove la situazione appare sempre più incontrollabile, Bush, che si è sempre presentato come il leader della crociata anti-terrorismo, dovrà difendersi dall´accusa dei democratici di non aver fatto abbastanza per mobilitare il paese contro Osama Bin Laden né per prevenire gli attacchi dell´11 settembre. E secondo un sondaggio di Newsweek, sei americani su dieci ritengono a questo punto che Bush abbia sottovalutato i pericoli.

Il documento della Cia reso noto alla vigilia di Pasqua solleva anche una questione di "fiducia" nei confronti del presidente. Così come Bush è andato in guerra contro Saddam Hussein sventolando lo spauracchio di armi di distruzione di massa, rivelatosi poi inesistente, ha sempre detto di non aver mai avuto il sentore di un possibile attacco di Bin Laden. Il rapporto dimostra invece come fosse stato informato di una serie di circostanze allarmanti e di indagini in corso sui movimenti di Al Qaeda negli Stati Uniti.

«I rapporti di agenti segreti, governi stranieri e di natura giornalistica indicano che sin dal 1997 Bin Laden voleva compiere azioni terroristiche all´interno dell´America», afferma a chiare lettere il "pdb" (president´s daily brief), il bollettino segretissimo redatto dalla Cia e consegnato a Bush, come ogni mattina, il 6 agosto 2001, cioè cinque settimane prima della strage delle Torri gemelli e dello sventramento dei Pentagono. Prima di rendere pubblico il documento, il governo americano ha censurato ogni riferimento ai servizi segreti di altre nazioni che avrebbe potuto danneggiare gli alleati o rivelare i metodi di spionaggio. Ma le parole cancellate con il pennarello nero non tolgono nulla al quadro delineato dalla Cia, in cui erano concatenate le dichiarazioni bellicose di Bin Laden, i piani di dirottamenti di aerei, i tentativi di liberare lo sceicco Omar Abdel Rahaman, detenuto nelle carceri americane dopo il fallito attentato del 1993 alle Twin Towers, le voci raccolte negli Emirati arabi uniti su possibili attentati e le settanta indagini svolte dal Fbi.

«Ma quel memorandum non precisava né i tempi né i luoghi di un possibile attentato», si è difeso Bush durante una visita pasquale alla truppe di Fort Hood (Texas). «Non conteneva alcuna informazione su cui si sarebbe potuto agire. Parlava soltanto dei piani di Bin Laden in America, e francamente li sapevamo già». Nella conferenza stampa con Hosni Mubarak, Bush è tornato ieri sul tema, chiedendo «un rilancio e una riforma dei nostri servizi segreti».

I democratici hanno un´interpretazione diversa del significato del memorandum e hanno intenzione già da oggi, quando riprenderanno i lavori della commissione parlamentare di indagine sull´11 settembre, di dare battaglia. In teoria la commissione avrebbe dovuto solo individuare le lacune del governo e suggerire i possibili rimedi (ad esempio l´istituzione di un servizio di controspionaggio autonomo dalla Cia e dall´Fbi per l´intelligence all´interno degli Stati Uniti); ma è inevitabile che l´avvicinarsi delle elezioni e le rivelazioni sulle ambiguità della Casa Bianca prima dell´11 settembre colorino di politica i risultati dell´indagine.

La commissione ha convocato per questa settimana il ministro della giustizia John Ashcroft, il direttore della Cia George Tenet e i tre capi del Fbi che si sono rapidamente succeduti nell´estate del 2001: Louis Freeh, che diede le dimissioni a giugno; Thomas Pickard, che ne ebbe le funzioni ad interim e Robert Mueller, entrato in carico pochi giorni prima degli attacchi alle Torri gemelle e al Pentagono. Tutti si aspettano un confronto duro, serrato, tra gli esponenti del Fbi e il ministro della giustizia, che ha la responsabilità politica del Bureau. Molti settori repubblicani, infatti, stanno cercando di trasformare l´Fbi nel capro espiatorio dell´11 settembre, evidenziandone le lentezze burocratiche, l´incapacità di trasmettere informazioni agli altri servizi, gli errori nelle indagini. In particolare l´Fbi non capì l´importanza di un rapporto dell´estate del 2001 in cui un agente di Phoenix, in Arizona, avvertiva che alcuni elementi medio-orientali stavano frequentando corsi di addestramento al volo. E nulla fu fatto dopo l´arresto casuale a Minneapolis di Zacarias Moussaoui, uno dei membri del gruppo suicida guidato da Atta.

«Non avremmo potuto agire diversamente», ha scritto ieri l´ex-direttore Freeh in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, spiegando che solo una dichiarazione di guerra, come quella successiva all´11 settembre, sarebbe stata in grado di garantire finanziamenti e impegno.

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