Da La Repubblica del 05/04/2004

In Pannonia, alla frontiera tra i due paesi, c' è la stessa gente, che per secoli ha parlato la stessa lingua

Rinasce il mito asburgico nella nuova Ungheria europea

Vienna e Budapest sono oggi legate da un unico sogno
Con l'ingresso nell'Unione il primo maggio, ritorna l'Austria felix
La Cortina di ferro tagliò in due queste pianure sconfinate con un colpo di spada

di Paolo Rumiz

VIENNA - «Endlich!», finalmente. Da una torre di guardia austriaca, Pauli mostra impaziente la pianura ungherese oltre l' ex Cortina di ferro. La conosce a memoria. Foreste, sentieri, campanili, steccati, prati di erba medica; è come se leggesse una carta topografica. «Lì mio nonno portava a macinare il grano; laggiù oltre il nido di cicogne, passava papà a cavallo per andare a zappare i campi. E quello sul confine è il tetto della locanda Pohàcs, dove magiari e austriaci giocavano a carte. Ora tutto torna come prima. Ja, il primo maggio l' Ungheria entra in Europa. E questo ridiventa un solo Paese». Macché Haider, barbari alle porte, insicurezza, paura dei clandestini. Tra Vienna e Budapest torna l' Austria Felix, torna la vita. E' l' aquila a due teste che già vola sui ruderi della Cortina di ferro, i campanili, le primule, le oche selvatiche della Pannonia. «Finalmente», ti dice la gente di qui. Pauli Halwax è uno di loro. Fa il contadino a Tadten, a quattro chilometri dalla frontiera. Ha faccia larga, occhi azzurri, mani grandi; emana solido benessere. E' nato nel '47, quando l' Europa fu divisa e la sua terra spaccata in due, per la prima volta. In Ungheria l' attesa è la stessa. La febbre galoppa tra i villaggi, le bande di paese si preparano e non sai se salutino l' Europa o Cecco Beppe. Quasi ovunque, fra Baltico e Adriatico, l' allargamento a Est si gioca su una linea difficile, di nere memorie evocatrici di paura. Ma la Pannonia vive il momento con pochi retropensieri. Come restaurazione di un ordine antico. E' il mito asburgico che torna, più forte delle guerre mondiali, del nazismo, delle fosse comuni, dell' occupazione sovietica, dei cavalli di frisia, dei cani lupo, dei lager. Qui, nel giugno dell' 89, cadde il primo pezzo di reticolato comunista. Il primo in Europa. Negli anni Sessanta, quando il regime ungherese divenne più morbido - lo chiamarono «comunismo al Gulasch» - ci furono i primi gemellaggi, il primo business, il primo turismo. Non è stato un caso. Qui in Pannonia, l' Austria e l' Ungheria sono assolutamente uguali. «Stessa razza mista - spiega Pauli - stesso modo di chiamare le patate, stesse vigne. Identica terra nera, talmente pulviscolare che d' estate, col vento, anche il cielo diventa nero». Si torna in paese, gli Halwax hanno invitato amici. Pauli è contento, ha appena confezionato 84 metri di salsiccia, macellato duemila dei suoi novemila tacchini. La padrona di casa, Leona, porta in tavola salumi, peperoncino, vino bianco fresco, sforna torte dai nomi ungheresi. C' è anche suo figlio, un ragazzo biondo che suona il basso tuba nei Wiener Filarmoniker. Si accende il fuoco, arriva la tempesta di ricordi. Martin Hautzinger, 69 anni, un piccolo uomo delle grandi pianure rosso come una paprika, rammenta i racconti di suo padre, nato sotto Franz Josef, quando la Pannonia era ancora tutta ungherese. Si accalora: «Da un capo all' altro della pianura regnava una grande armonia, e l' Ungheria era assai più ricca dell' Austria. Terre fertili, energia elettrica, commercio, ottime scuole e le migliori università dell' Impero». Ti raccontano una periferia dimenticata dalla storia, che ha dormito fino al '46. Gli Halwax ci vivono da trecento anni, sempre nello stesso villaggio, tramandandosi imperterriti il nome Pauli di padre in figlio. Nemmeno la Grande Guerra portò troppe sventure: nelle fertili terre dei conti Esterhazy non c' era la fame di Vienna. Anche la pace 1921 che divise l' Austria dall' Ungheria e spaccò la Pannonia con un referendum, fu vissuta come trauma. I contadini potevano passare, lavorare oltre confine, sposarsi con le ragazze di là. Vennero i nazisti nel '38, e anche allora, per un attimo, nulla sembrò cambiare. Parve il ritorno dell' impero. Invece il regime mostrò il suo volto e partì la caccia agli ebrei. «Fu terribile», racconta Susanne Somlyay, insegnante in pensione, una signora dall' aspetto deliziosamente asburgico e un' implacabile memoria. «Un giorno vidi portare via una famiglia, caricarono tutti su un carro come animali». Martin confessa: «La gente fece poco per loro. In troppi erano indebitati con gli ebrei ricchi. A qualcuno non parve vero che li portassero altrove. Anche se nessuno, allora, poteva immaginare la verità». Il secondo cataclisma passa senza grosse sofferenze, in Ungheria l' Olocausto arriva tardi, le deportazioni passano più a Sud, verso la Stiria. In Pannonia le scuole rimangono aperte, e di nuovo i contadini fanno affari, vendono salsicce ai viennesi affamati. Qualche aereo alleato colpito atterra sui quei campi umidi e infiniti, lisci come campi d' aviazione. E' allora, nella pasqua del '45, che arrivano i sovietici. Ed è solo allora che la gente di Tadten conosce la fame vera, i reticolati, l' ombra della collettivizzazione. «Si prendevano tutto - racconta Martin diventando ancor più rosso in viso - oche, donne, biciclette, grano, polli, automobili. Un giorno atterrò un ricognitore in aperta campagna. Scesero due uomini, spararono a due vitelli, li caricarono a bordo e decollarono». Quando entrano in scena i russi, improvvisamente in casa Halwax la memoria galoppa, le immagini si fanno più vive. Storie di gente che si nasconde nelle cantine, di ragazze che si travestono da vecchie per non essere stuprate. Qualcuno finisce fucilato, ex nazisti si imboscano. Ma il confine resta permeabile, ancora per qualche mese. Nessuno pensa alla divisione. La Cortina di ferro arriva all' improvviso, alla fine del '46. Susanne va a trovare il fidanzato in Ungheria e la famiglia di lui li esorta a scappare. «Presto - dicono - metteranno il filo spinato». Nessuno ci crede ma l' incubo si avvera, l' esercito stende i reticolati. I contadini di lingua tedesca rimasti in Ungheria sono cacciati, a migliaia, con appena due ore di preavviso. Lasciano i focolari ancora caldi. «Andarono tutti in Germania», spiega la Somlyay. «Nessuno pensava a fermarsi qui; c' erano solo i russi e la fame». Per andare a Vienna bisogna passare la frontiera, mostrare il passaporto, aspettare. «E quando si rientrava, le guardie ci spruzzavano nella camicia polvere contro i pidocchi». Nel 55 i russi partono, arriva la libertà, poi anche Budapest si sveglia, prende le armi. Tutta l' ex Austria-Ungheria si infiamma. Ma arrivano i carri armati, la repressione, il confine si chiude ancora di più. «Minarono i campi - racconta Susanne - un giorno vidi il mio cane pastore saltare in aria». L' inverno '56-' 57 è drammatico, gli esuli ungheresi passano di notte, a migliaia, nella neve. Arrivano infangati, fradici per aver guadato i canali. Oggi la strada fra il villaggio di Tadten e il confine segna il capolinea di un Altrove che non c' è più. Un rettifilo in terra battuta con due filari di platani, fiancheggiato qua e là da drammatiche sculture en plein air messe a memoria della grande fuga dal comunismo. Ferri contorti, tralci di vite appesi agli alberi come arti amputati, uomini nudi rigidi nelle garritte. Per un tratto la frontiera è segnata da un canale. Sopra, una passerella di legno. Il ponte di Andau. Oggi lo puoi attraversare in bici o a piedi, basta il passaporto anche ai turisti. Negli anni Cinquanta era la strada della libertà, «der Weg in die Freiheit». I sovietici lo avevano fatto saltare, ma gli ungheresi continuarono ad attraversarne i rottami, a migliaia, a rischio della vita. Per loro si mobilitò l' Austria intera. «Qui a Halbturn - racconta Pauli - la baronessa Maria Theresia Baldbott trasformò il suo castello in infermeria. E un nostro parente che trasportava i profughi col trattore fu beccato dai comunisti e portato in galera a Budapest. La famiglia dovette vendere la casa per riscattarlo». Altri tempi, altra solidarietà. Oggi i soldati austriaci pattugliano la campagna per bloccare afgani o ucraini in fuga. Li vedi passare, con la divisa grigioverde della Bundesheer. «Poveri ragazzi - commenta Susanne - d' inverno muoiono di freddo e d' estate li mangiano le zanzare». Elicotteri passano bassi, dicono che i controlli di Maastricht continuano. Com' è strana la geopolitica. In questo piattume infinito dove la cortina di ferro dovrebbe essere un taglio netto, il colpo di spada di una potenza planetaria, proprio qui la linea che spaccò il mondo in due disegna angoli improvvisi, insensati cul de sac. Zigzaga in un dedalo di torbiere, pozzanghere, chiazze di neve, boschi di querce e palizzate, sotto un cielo bianco pieno di pollini e vento. E ora? «Ci sono dei rischi - fa Martin - ma sono contento. Potrò tornare al mulino, come mio nonno. Abbiamo già preso un pezzo di terreno. Il nostro mondo è di là: siano affini alla gente di pianura, assai più che ai montanari tirolesi». Arriva la grappa, attorno al fuoco fa troppo caldo. «Tanti ungheresi si sono stabiliti qui, è gente in gamba. Molti vengono come lavoratori pendolari o stagionali. Costano meno, hanno voglia di fare e hanno imparato anche il tedesco». Pauli spiega che le ragazze austriache non vogliono sposare contadini e allora è meglio cercarle in Ungheria, le donne da marito. Ride come un matto: «Alle magiare piace la campagna. E sono anche gran belle gnocche». Fuori, il cielo viola è attraversato dalle luci intermittenti dei jet in decollo all' aeroporto di Vienna. Più in basso, una geografia di lumini rossi, immobili; sono i nuovi mulini a vento dell' energia elettrica, alti nella pianura. In casa Halwax si ride, arrivano salsicce speziate di tacchino. I piccoli uomini delle grandi pianure si scoprono improvvisamente al centro d' Europa.

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