Da Corriere della Sera del 10/03/2004

Il Cavaliere e i processi

Sme, l’altro volto di una sentenza

di Giovanni Bianconi

Dopo il «degrado della Giustizia, che da cieca fu trasformata in "giustizia ad uso privato"», denunciato dai giudici del processo Imi -Sir/Lodo Mondadori, ora è il turno della corruzione di un magistrato «devastante per lo stesso sistema democratico», accertata e sancita nel processo Sme-Ariosto che s’è concluso il 22 novembre scorso con la condanna degli imputati Previti, Squillante e Pacifico. Le motivazioni di quel verdetto rese note ieri spiegano perché il deputato di Forza Italia e i suoi due amici - uno giudice e l’altro avvocato - sono stati giudicati colpevoli dal tribunale di Milano che non li ha considerati meritevoli nemmeno delle attenuanti generiche, nonostante il loro status di «incensurati».

In questo processo, a differenza che nell’altro da cui era uscito prima che cominciasse grazie alla sovrapposizione di attenuanti e prescrizione, era imputato anche il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, finché il Lodo Schifani non provocò lo stralcio della sua posizione. Poi la Corte costituzionale ha abrogato il Lodo e tra un mese l’imputato Berlusconi comparirà davanti a un altro tribunale, ma la figura del premier appare già nel mosaico messo insieme da questo che ha condannato Previti, Squillante e Pacifico.

A cominciare dalle «non verità» pronunciate in aula a proposito del fatto che la sua Fininvest non aveva alcun interesse nella controversia giudiziaria sulla vendita della Sme. «Non si può dire», ammoniscono i giudici in una ricostruzione disseminata di affermazioni che sono l’esatto contrario di ciò che proclamò Berlusconi in due udienze di «dichiarazioni spontanee» senza contraddittorio. La testimone Stefania Ariosto per esempio, che secondo l’imputato-premier «mente su tutto», viene considerata attendibile e riscontrata nella sostanza, ed «è assurdo prospettare che sia stata manovrata da qualcuno»; i pagamenti estero su estero della Fininvest a Previti che per Berlusconi erano «acconti seguiti da normali parcelle», secondo i giudici non si possono certo spiegare con l’attività professionale dell'avvocato, tantomeno il bonifico da mezzo miliardo di lire che nel ’91 passò in poche ore da un conto Fininvest ad uno del giudice Squillante attraverso un altro conto di Previti.

Per il tribunale quel versamento fu il prezzo della corruzione, e poco importa che non ci sia un atto giudiziario collegato ad essa. A «risultare provata», spiegano i giudici, è la tesi dell’accusa «che attribuisce ai corruttori un agire per conto della Fininvest e sue correlate, collegate o partecipate». Quanto al ruolo del premier-imputato la sentenza non va oltre, a causa del Lodo cancellato dalla Consulta che ha comunque sospeso il giudizio sul capo del governo. Se il nuovo tribunale chiamato a pronunciarlo dovesse leggere i fatti come il precedente, dovrebbe aggiungere quanto Berlusconi ci sia dietro quei conti correnti e movimenti di denaro targati Fininvest; se e in che modo, cioè, l’imprenditore futuro premier era consapevole o addirittura partecipe della corruzione pagata attraverso le banche svizzere, visto che la responsabilità penale è personale e non «oggettiva». Ma questo sarà compito, appunto, di un’altra sentenza. Al momento siamo fermi a quella che (a parte la questione della compravendita del verdetto sulla Sme, considerata non provata con conseguente assoluzione degli imputati e appello della Procura) ha confermato l’impianto dell’accusa sull’esistenza di una lobby affaristico-giudiziaria che faceva mercimonio di giustizia nel palazzo di giustizia di Roma, composta da avvocati e magistrati che agivano per conto della Fininvest di Berlusconi. E che ribadisce ciò che qualche mese prima aveva stabilito un altro tribunale con riferimento ad altre due vicende processuali.

Il fatto che i motivi di quella decisione siano arrivati a quattro anni esatti dalla prima udienza è solo una delle coincidenze di ieri. L’altra è che sono stati depositati in cancelleria mentre Berlusconi riproponeva l’asserita «persecuzione giudiziaria» nei suoi confronti. Non è un buon viatico per una discussione serena sulle riforme della giustizia. Neppure per quelle proposte ieri dal Cavaliere.

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