Da La Repubblica del 27/02/2004
Originale su http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/politica/telekomserbiaquattro/...

Commento

Quando il Cavaliere aprì a Milosevic

di Guido Rampoldi

NON nutriamo alcun pregiudizio verso l'onorevole Silvio Berlusconi, cui anzi talvolta accordiamo l'istintiva simpatia che merita chiunque svolga compiti enormemente superiori alle proprie possibilità. Tuttavia ci pare che nella sua frenetica poliedricità egli finisca per confondere i molteplici ruoli che impersona, come un Fregoli che entri in scena sempre con l'abito sbagliato. Nelle ambasciate straniere hanno smesso di chiedersi se alcune sue sorprendenti dichiarazioni siano riconducibili al premier o al battutista, al cantante o all'uomo di Stato.

Noi invece restiamo ancora un po' allibiti. Ieri il premier ha detto che nell'affaire Telekom-Serbia "un governo e una classe politica" sovvenzionarono una dittatura, quella di Milosevic: giudizio in sostanza ineccepibile, se non fosse per il fatto che Berlusconi non è affatto estraneo a quella classe politica. Escluderemmo che la sua sia stata un'autocritica, esercizio in cui non riusciamo a figurarlo: piuttosto un vuoto di memoria, che con tutti quegli impegni capita. Allora proviamo a ricordargli come stavano le cose.

Nel 1994 il suo primo governo non lasciò tracce memorabili, ma riuscì a ribaltare la politica estera dell'Italia nei Balcani. Quanto quella era prima pericolosamente sbilanciata verso Zagabria, da quel momento si sbilanciò altrettanto pericolosamente verso Belgrado. Fu, diciamo così, una scelta spregiudicata. Infatti in quegli anni le truppe di Milosevic, regolari e irregolari, massacravano migliaia di musulmani. Si era in flagranza di reato. Nondimeno le relazioni italo-jugoslave erano amichevoli: malgrado l'embargo una delegazione serba andò a Torino e il ministro degli Esteri Martino era benvenuto a Belgrado, dove la stampa del regime gli attribuiva frasi impegnative come "il commercio cancellerà le tracce della guerra". Insomma c'era del feeling. Tutto questo era nella tradizione della diplomazia italiana, tenace nel ritenere che una Serbia stabile sia l'architrave dei Balcani. Il governo Berlusconi, al pari di altri europei, vi aggiunse la convinzione che Milosevic non fosse il problema ma la soluzione. Si trattava di aiutarlo "ad uscire dall'isolamento", disse Martino nel settembre di quell'anno, mentre si tentava di far accettare al presidente serbo un armistizio in Bosnia. "Corre rischi ad opera dei falchi del suo Paese: senza la cooperazione internazionale sarebbe in pericolo".

Nel clima così collaborativo del 1994 la Telecom italiana mandò i suoi esploratori in Serbia per sondare il terreno. Da lì parte la vicenda che si concluse tre anni dopo con l'acquisto della Telekom-Srbija. All'epoca Milosevic non era più il tanghero che incontrava Martino: avendo firmato la pace di Dayton figurava per le diplomazie europee come un pacificatore. Era un po' come scambiare Nerone per il capo di pompieri, ma con poche eccezioni, innanzitutto un settore della diplomazia americana, quella era la linea degli occidentali. Inoltre l'opposizione serba pareva un aggregato di gaglioffi e inetti, percezione non del tutto fuoriluogo. E nella logica d'una strategia regionale entrare in Serbia per la Telecom italiana aveva una sua razionalità. Mentre a Belgrado il negoziato stava per chiudersi questo giornale scrisse un pezzo assai critico sull'inopinato flusso di denaro che, complice il centrosinistra, un Milosevic assai malmesso stava per ricevere proprio alla vigilia delle elezioni. Disse qualcosa l'onorevole Berlusconi? Tacque. La stampa connessa? Silenzio. Le tv Mediaset? Nulla. I parlamentari di Forza Italia, An, Lega? Non uno. Tornammo a scriverne tre anni dopo in un articolo pubblicato con grande evidenza l'indomani della caduta di Milosevic. Reazioni? Zero assoluto. Del resto, perché la destra avrebbe dovuto condannare una politica di cui bene o male era stata l'iniziatrice?

Tornata al governo e scoperto da un'inchiesta di Repubblica che il passaggio di denaro era stato rocambolesco, la Casa delle libertà volle un'inchiesta parlamentare. Tanto impegno aveva senso se l'occasione fosse stata utilizzata per guardare dentro la politica italiana nei Balcani, di cui il finanziamento a Milosevic era stato un episodio tra i più gravi. Ma la commissione avrebbe trovato uno scandalo ben più grande: dal "92 al "95 Roma intrattenne rapporti amichevoli ora con Tudjman ora con Milosevic mentre i due compari pilotavano il massacro bosniaco; e quasi nessuno in Italia eccepì. Invece questo parve un dettaglio, perfino ingombrante. Come scoprì Diario, l'articolo 7 dello statuto preclude alla commissione il diritto di indagare su "scelte di politica estera del governo". Dove per "governo" si intende l'istituzione, cioè tutti i governi: incluso il primo Berlusconi. Chissà perché.

Almeno fino a ieri Berlusconi, s'aggirava intorno ai nostri rapporti con Belgrado con comprensibile prudenza. Non risulta che si sia adoperato per proteggere gli interessi in Serbia dell'italiana Telecom, che nel frattempo subiva le rudezze del governo presieduto da Zoran Djindjic. Quest'ultimo incontrò Berlusconi a Palazzo Chigi, e ne fu sbalordito. Per carità di patria non ripeteremo ciò che l'italiano disse dell'Europa ad un Djindjic che nell'Europa aspirava ad entrare. Però fu amichevole. Promise: in giugno verrò a Belgrado; anzi, per prima cosa le manderò i giornalisti, aggiunse come se ne avesse sempre una dozzina a disposizione in anticamera. Secondo un testimone nella prima fase del colloquio neppure si sfiorò l'argomento Telecom. A quel tempo la commissione parlamentare pestava l'acqua nel mortaio. Poi apparvero gli accusatori di Dini, Prodi e Fassino, con racconti improbabili di tangenti. Gran chiasso mediatico, finché uno dopo l'altro gli accusatori sono stati incriminati per calunnia. Allora entra in scena Berlusconi, ieri, e difende l'operato della commissione: "lineare e corretto". Ma per correttezza e linearità la commissione adesso dovrebbe spiegarci che ci sta a fare. Non vuole indagare su chi abbia istruito i falsi testi. Non può indagare sulla politica estera. Per dignità personale, per decoro delle istituzioni, perché non lascia il passo alla magistratura e toglie il disturbo, magari chiedendo scusa?

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