Da Corriere della Sera del 25/11/2003

In ginocchio davanti alle vittime Il segno della svolta in un gesto

Fini depone una corona allo Yad Vashem ed evoca il «male assoluto» Luzzatto sempre a fianco del leader dà consigli ma chiede nuovi passi

di Aldo Cazzullo

GERUSALEMME - Quando di prima mattina, sulla soglia del museo dell'Olocausto, Gianfranco Fini ha cercato nella tasca destra della giacca il regalo di Amos Luzzatto - una kippah viola -, allora le cose nuove della destra italiana, della memoria nazionale in ricomposizione, della politica estera rivoluzionata si sono fermate in un'immagine, hanno trovato un segno. Non era la prima volta che Fini camminava accanto al presidente delle comunità ebraiche, che condannava l'antisemitismo, e neppure che indossava una kippah. Era la prima volta che tutto questo accadeva nello stesso tempo e nello stesso luogo, Gerusalemme. Il vicepresidente del Consiglio non ha pronunciato lo «storico» discorso annunciato alla vigilia. Non ha formulato scuse né chiesto perdoni («perdono» è parola inflazionata, concede Luzzatto). Storico è stato il «pellegrinaggio» (la definizione è di Fini), il rito, il simbolo che ha fissato. Ravvivando la Fiamma perenne dello Yad Vashem senza badare ai doppi sensi banali. Piegando il ginocchio a deporre una corona per le vittime «dei nazisti e dei loro collaboratori», come scandisce per due volte Angela Polacco voce del cerimoniale, del «Male assoluto», come dice lui. Incalzato dalle domande, Fini ha poi ricompreso nel Male anche il fascismo, Salò e «quanto ha condotto alla persecuzione». Ma quel che gli premeva, più che ripetere un'abiura maturata gradualmente ed elaborata a Fiuggi, era rassicurare gli ebrei sul futuro. Esprimere per gesti un cambiamento che non riguarda l'ideologia ma la politica: la destra italiana appoggia Israele e la sua guerra ai terroristi, ravvisa in Europa tracce «residue o risorgenti» di antisemitismo, dice in sostanza agli ebrei: avete ancora nemici, ma non siamo noi.

Questo comporta un prezzo, che ieri nella sua prima sospirata visita in Israele Fini non ha esitato a pagare. Nessun incontro con i palestinesi. Nessuna visita annunciata sui luoghi della cristianità (anche se i francescani confermano che prima di partire, mercoledì mattina, pregherà sul Santo Sepolcro). Qualche gaffe: un riferimento biblico di cui Luzzatto darà privatamente un'interpretazione diversa («non è vero che i Giusti non riuscirono a salvare Sodoma e Gomorra, i Giusti mancavano proprio!»); una citazione di De Filippo - «gli esami non finiscono mai» - attribuita a Pirandello. Quel che colpisce però di Fini è la sobrietà con cui si muove per l'intera giornata, tra il memoriale dei bambini e le residenze di premier, capo dello Stato e capo dell'opposizione. Il riserbo salvato anche dalle telecamere («Le sensazioni sono personali» risponde per una decina di volte). Più ancora del raccoglimento davanti alle immagini asperrime dell'Olocausto, il rifiuto di parlarne.

«Angoscia» è la parola che gli sfugge nei corridoi dello Yad Vashem. Una smorfia di raccapriccio di fronte alle foto degli esperimenti chirurgici. La bocca aperta al cospetto della madre che accompagna i bambini verso la camera a gas. Un atteggiamento trattenuto - il fazzoletto bianco che spunta dalla stessa tasca della kippah e subito sparisce, il capo chino davanti alle luci che evocano un milione e mezzo di bambini - ancora più evidente in un leader che del tratto disinvolto ha fatto una scelta di comunicazione; non rinnegata nei momenti privati della visita, quand'è arrivato domenica sera al King David con il giubbotto di renna come da fotografia pubblicata da Yedioth Ahronot (nella pagina delle necrologie), o quando prima di partire per il museo passeggiava davanti all'albergo con una mano in tasca, la sigaretta nell'altra e una cravatta non sgargiante come ai tempi dell'opposizione ma neppure formale.

Non lo dice, forse neppure lo pensa. Ma il viaggio a Gerusalemme conferma, con le altre cose, che Fini è davvero cambiato. Non è più il politico tentato dalle scorciatoie, fiducioso di evitare i passaggi coniando formule inconfutabili eppure vuote, il fascismo che non si può condannare perché non si era ancora nati e quindi non lo si è conosciuto, il giudizio su Mussolini affidato alle Iene. Fini continua a rivendicare Fiuggi, l'ha fatto anche ieri, consapevole però che le revisioni teoriche richiedono gesti, e pure salire a Gerusalemme non è un traguardo ma «un punto di partenza». Gli esami continueranno, sul serio. Il presidente della comunità italiana in Israele David Cassuto, che aveva annunciato di voler disertare l'incontro di oggi a meno di una «esplicita condanna di Salò», non ci dormirà la notte ma fa capire che verrà. Luzzatto gli ha dato un grande aiuto, gli è rimasto al fianco per tutta la visita al museo, gli ha sussurrato di tanto in tanto una parola all'orecchio - «confische», «cacciate», «inganni», «fughe» -, l'ha sostenuto in una sorta di riconoscimento reciproco tra il capo della destra che si riconcilia con gli ebrei e il capo degli ebrei che ne ottiene e ne legittima la svolta, fermata dal dono della kippah; ma gli ha chiesto «altri gesti simbolici», a esempio la rinuncia alla fiamma missina. Per ora Fini tiene di più a cacciare un'ombra definita con espressione bruttina ma efficace «tornacontismo», il retropensiero che la visita possa essere solo un pedaggio occasionale per nuovi traguardi e non invece una tappa cruciale nella ridefinizione di un'identità. Questo ha voluto dire ieri il vicepremier, accompagnato non a caso oltre che dal fido Andrea Ronchi dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi Giovanni Castellaneta: c'è una guerra, l'Italia la sta combattendo, e lo fa dalla parte di Israele. Con le conseguenze che questo comporta sull'economia (la visita è stata preceduta dall'arrivo di 60 imprenditori organizzati da Confindustria), sulla diplomazia internazionale (l'Italia proporrà a Bruxelles una commissione euro-israeliana contro il razzismo) e sulla politica interna: l'antisemitismo esiste ma sta dall'altra parte, è l'accusa implicita che presto richiederà passi e distinzioni anche alla sinistra.

Ieri è toccato alla destra. Allo Yad Vashem Fini è entrato con il sole, è uscito con la pioggia. All'occhiello due bandierine intrecciate, la stella di David incastonata nel Tricolore. Ha commentato le immagini del ghetto di Varsavia e la foto della piramide di occhiali che aveva già visto ad Auschwitz. Si è inorgoglito per l'iscrizione che commemora Enzo Sereni, ebreo combattente, e imbarazzato quando in cima alla scala ha trovato la colonna nera che ricorda «15 mila ebrei italiani», vittime inermi. Ha indicato come antidoto alla vergogna Giorgio Perlasca, la cui storia venne raccontata per la prima volta dal Secolo d'Italia nel 1989; direttore era Giano Accame, Fini già segretario del Msi. Ha evocato indirettamente il dramma degli ebrei fascisti, reali e immaginari, il generale Umberto Pugliese degradato dalle leggi razziali e richiamato da Mussolini per liberare il porto di Taranto dalle navi affondate dagli inglesi, e l'avvocato Volterra messo in scena da Montanelli in una pièce intitolata «Kibbutz». E' apparso trattenuto e insieme sincero, preoccupato di non esacerbare il proprio elettorato ma anche di portarlo intero dentro un partito nuovo che non sia più ex né post. Ha calato un omaggio fuori tempo a vittime antiche in un presente drammatico, chiamandolo il «tempo della responsabilità» e citando Primo Levi: «Se non ora, quando?». Luzzatto gli ha teso la mano in un sorriso breve, come a dire che gli ebrei apprezzano, possono perdonare anche se non richiesti, ma non dimenticano.

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