Da La Repubblica del 23/10/2003
Originale su http://www.repubblica.it/2003/j/sezioni/economia/finanziaria4/masriv/m...

Maggioranza sotto ricatto

di Massimo Riva

SCONFITTO nel furbesco tentativo di far passare per via parlamentare la svendita dei beni culturali, assediato da gruppi di maggioranza sempre più scontenti delle acrobazie finanziarie del ministro Tremonti, il presidente del Consiglio ha annunciato che sul contestato decretone calerà la mannaia del voto di fiducia. A prima vista è la scelta d'una prova di forza, in realtà si tratta d'una confessione d'estrema debolezza del governo perché così Berlusconi certifica di poter serrare i ranghi della Casa delle libertà soltanto sequestrando proprio la libertà di voto e d'opinione dei suoi parlamentari.

Una dura presa di posizione di An dice - giustamente - che questa richiesta della fiducia è posta contro la maggioranza. Ma, se s'arriverà al voto, sull'esito è arduo che possano esserci sorprese. Forse potrà bastare la facile giustificazione del semestre di presidenza europea per offrire un'ottima foglia di fico a tutti i membri mugugnanti della maggioranza, dietro la quale nascondere sia la marcia indietro sulle proprie ragioni di critica al decretone, sia il più profondo timore di mettere a rischio d'elezioni anticipate un'esperienza politica i cui frutti il paese non ha granché visto e, quando ne ha visti, ha tratto diffusi motivi d'insoddisfazione.

Certo, quanto ad equilibri dentro la maggioranza, la minaccia della fiducia segna la vittoria del triangolo di potere Bossi-Tremonti-Berlusconi e la sconfitta della coppia Fini-Follini, i cui parlamentari hanno guidato fino ad ora la fronda emendativa contro il decretone tremontiano. Tanto da far nascere il sospetto che la Lega abbia appositamente votato insieme all'opposizione, facendo cadere la sciagurata norma del silenzio assenso sui Beni culturali proprio per forzare la trappola della fiducia.

In particolare, passerà così uno dei nodi sui quali fino all'ultimo dentro la Casa delle libertà non si è raggiunto l'accordo: la trasformazione della Cassa depositi e prestiti (Cdp) in società per azioni, che costituisce per il ministro Tremonti uno degli obiettivi principali del decreto.

Bloccato dalla Corte costituzionale nel suo primo tentativo di occupazione delle Fondazioni bancarie, infatti, con la Cdp Spa il ministro dell'Economia ha deciso di ritornare all'assalto della cassa dei ricchi enti. Stavolta l'arma escogitata consiste in una sorta di missile a più stadi. Con il primo si trasforma la Cassa Depositi e Prestiti (Cdp) in società per azioni. Con il secondo si punta a cedere fino al 30 per cento del capitale della nuova Cdp Spa alle Fondazioni, così riprovando per altra via a raggiungere il traguardo anelato di mettere le mani sui patrimoni delle medesime. A questo punto, dovrebbe scattare il terzo stadio del razzo tremontiano, attorno al quale per ora si mantiene uno stretto riserbo: cioè, l'acquisto da parte della suddetta Cdp Spa di consistenti pacchetti azionari di Enel ed Eni.

Secondo i desideri del ministero dell'Economia questa operazione potrebbe consentire una pluralità di obiettivi. In termini contabili, per esempio, quello di scomputare le passività della Cassa dal conteggio del debito pubblico: così facendo bella figura statistica senza muovere un soldo, in conformità alle pratiche illusionistiche nelle quali Tremonti s'è già dimostrato maestro inarrivabile. Sul terreno finanziario, l'obiettivo è quello già detto: portare una robusta fetta dei capitali delle Fondazioni sotto la regìa del Tesoro.

Infine, in termini sia contabili sia di potere, l'opportunità è di far finta di procedere nella privatizzazione di Enel ed Eni, portando a riduzione del debito gli incassi conseguenti alle cessioni azionarie, senza però perdere il controllo delle due aziende, che uscirebbero dalla mano pubblica dalla porta per rientrarvi dalla finestra.

Nella sua ossessiva compulsione ad escogitare trappole per arrivare alle casseforti delle Fondazioni, ancora una volta il ministro dell'Economia ha finito così per infilarsi su un sentiero impervio. Il primo a creargli problemi è stato, guarda caso, il governatore della Banca d'Italia. Punto primo, ha obiettato Fazio smascherando il gioco di prestigio, non si creda che basti far uscire la Cassa Spa dal perimetro della pubblica amministrazione per ottenere una riduzione del debito: quel passivo riapparirebbe in forma di debito del settore pubblico allargato. Punto secondo, ha soggiunto, in ogni caso la nuova Spa come ente creditizio dovrà essere soggetta alla vigilanza della Banca d'Italia: un modo per mandare a dire a Tremonti che le sue mosse dovranno essere sottoposte ai controlli di Via Nazionale.

In questo scenario non c'è da stupirsi che il lancio del missile Cdp Spa abbia provocato uno scontro politico furibondo dentro la maggioranza. Sul lato dell'Udc, perché molti ex-democristiani si sentono comunque in sintonia politico-culturale con Antonio Fazio e sono sensibili alle ragioni delle Fondazioni, dette di origine bancaria ma anche di vecchia matrice dc. Sul lato di An, perché questo partito - dopo l'umiliazione subita da Fini in tema di regìa della politica economica - è sul piede di guerra contro Tremonti e contro l'asse di potere che il ministro ha costruito con Bossi e Berlusconi.

Ma l'annuncio della fiducia conferma che, una volta di più, il Cavaliere ha in testa una precisa gerarchia, nella quale An e Udc devono fare i portatori d'acqua per il leader della Lega e per il ministro dell'Economia. Resta da capire fino a quando Fini e Follini vorranno accettare questo ruolo gregario.

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