Da Corriere della Sera del 13/09/2003

«I negoziati di Oslo? Sono stati un errore: la via delle concessioni non porta da nessuna parte»

«Inutile cacciare il raìs. Meglio premere sui vertici palestinesi»

Daniel Pipes, consulente della Casa Bianca sul Medio Oriente: «Gli Usa contrari all' espulsione perché non hanno scelta»

di Ennio Caretto

WASHINGTON - «Non la ritengo la cosa più importante. Quello che è necessario è un cambio di cuore dell' intera leadership palestinese. Altrimenti, non ci sarà mai pace in Israele». Daniel Pipes, il membro di punta della task force dell'amministrazione Bush sul Medio Oriente, liquida in poche battute la possibile espulsione di Arafat. «In primo luogo - spiega - Arafat continuerebbe a intralciarci ovunque fosse. Inoltre i suoi successori si comporterebbero come lui adesso». Secondo Pipes, un conservatore che si professa apertamente filo-israeliano, «meglio premere con tutti i mezzi sui vertici palestinesi, inclusa la forza, perché si adoperino per la pace una volta per tutte».

Israele espellerà davvero Arafat?
«Non lo so, non avrebbe molto significato. Né so quali conseguenze potrebbe avere. Sospetto che dapprima porterebbe a un'escalation di violenza, ma forse più tardi avrebbe effetti più positivi che negativi. L' amministrazione si dichiara contraria, ma perché non ha scelta, non vuole inimicarsi i cosiddetti arabi moderati, né l'Onu e voi europei che non avete voluto isolare Arafat».

Perché insistere con le pressioni sui leader palestinesi?
«Perché la strada del negoziato e delle concessioni da parte di Israele si è dimostrata un vicolo cieco. Ci siamo scordati che il 13 settembre '93 il premier israeliano Rabin e Arafat firmarono gli accordi di Oslo stringendosi la mano alla Casa Bianca. Abbiamo sprecato dieci anni, e ci sono stati migliaia di morti».

Ma la road map non è un realistico percorso di pace?
«No, è un salto indietro a Oslo e a quella sterile stretta di mano che Arafat definì "l'inizio di una nuova epoca". Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che fu uno sbaglio. E la colpa non fu del premier israeliano Barak, che nel 2000 arrivò a un passo dalla pace, ma di Arafat che in risposta scatenò l'intifada».

Non può responsabilizzare una parte sola...
«Perché no? I palestinesi scambiarono per debolezza le aperture israeliane, e non rinunciarono alla distruzione di Israele. Negli ultimi anni si sono radicalizzati e armati e hanno sviluppato una spaventosa cultura della morte con i kamikaze. Come si può mediare in un contesto del genere?».

Che cosa dovrebbe fare a suo parere l'America?
«Quello che dovrebbe fare anche l'Europa: smettere di aiutare finanziariamente la leadership palestinese, in parte corrotta, cercare di disarmarla, spiegarle che finché non riconoscerà senza riserve l'esistenza di Israele non si negozierà più, e indurla a stroncare il terrorismo».

In pratica, schierarsi col premier Sharon...
«Sharon fa quanto è necessario per la sicurezza del suo popolo. Si attribuisce l'attuale crisi alla sua linea dura, ma che alternativa c'è? Noi americani siamo ipocriti quando lo critichiamo, perché ci comportiamo esattamente allo stesso modo in Iraq e Afghanistan».

Ma anche questo è un vicolo cieco.
«Non sono d'accordo. Quando i palestinesi capiranno che la loro attuale strategia è senza speranza, cambieranno. Ci vorrà tempo. Ma l'Occidente deve smettere di tirare chi da una parte chi dall'altra».

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