Da La Repubblica del 24/07/2003

Il racconto di un operatore umanitario italiano. “A Monrovia manca tutto. Si rischia l’ecatombe”.

“Ho visto bambini-soldato massacrare i loro coetanei”

di Anais Ginori

«HO appena incontrato un gruppo di suore che fuggiva da un convento assaltato dai guerriglieri. Chi ha ancora le forze cerca di scappare. Monrovia è una città avvolta nel terrore. Non si trova più cibo né acqua». Il racconto di Lucio Melandri da Monrovia è drammatico. Parla concitato al telefono. «Ho poco tempo – avverte – perché qui stanno sparando». Melandri, responsabile emergenze per l’organizzazione Intersos, è arrivato lunedì in Liberia. Ora è insieme a un’altra collega nell’ospedale St Joseph, gestito da missionari spagnoli.

I combattimenti stanno proseguendo?
«I bombardamenti sono indiscriminati. Lanci di mortai colpiscono tutta Monrovia, anche le abitazioni, anche i campi di accoglienza degli sfollati».

E’ possibile fuggire?
«C’è una pioggia battente in queste ore. Migliaia di famiglie sono accampate nello stadio, altre hanno bussato alle ambasciate. Ma non esistono posti sicuri. La sede Usa lunedì è stata colpita da una granata. Chi resta in casa vive nel terrore: i guerriglieri uccidono per rubare un’auto o un paio di scarpe».

Riuscite a muovervi per portare i soccorsi?
«No, è impossibile. Gli operatori umanitari come noi rischiano la vita per uno spostamento. C’è chi tenta una disperata fuga per nascondersi nei boschi fuori dalla città ma spesso finisce ucciso prima. Gli aerei non partono, nessuna macchina circola. Monrovia è una città tagliata fuori dal mondo».

Quali sono le emergenze?
«Cibo, acqua, medicine, gasolio. Manca tutto. I feriti non riescono a raggiungere gli ambulatori di Medici Senza Frontiere e della Croce Rossa».

Avete fatto un calcolo delle vittime civili?
«Ho visto bambini uccisi da coetanei, donne incinte soccombere mentre scappavano. Non possiamo dare un calcolo preciso delle vittime. Ma a Monrovia vivono 1,5 milioni di persone e se non arriveranno soccorsi e rifornimenti di cibo si rischia un’ecatombe».

Ci sono già epidemie?
«Monrovia è una zona paludosa, la malaria è molto diffusa. Sono stati segnalati i primi casi di colera. In questo momento si muore anche per un semplice attacco di diarrea».

Come fate per lavorare in queste condizioni?
«La vera priorità è ristabilire un minimo d’ordine. La comunità internazionale deve prendere una posizione e inviare una forza multinazionale che possa garantire almeno corridoi umanitari».

Cosa le fa più paura?
«Vedere i soldati-bambini: sono piccoli uomini cresciuti nella legge del più forte. Questi 10 annidi guerra continua hanno imparato soltanto a combattere. Li ho incontrati ai posti di blocco, armati fino ai denti, e ho capito che non conoscono la pietà».

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