Da Corriere della Sera del 06/08/2003

«Sì, c’è una cappa di gas che aumenta il calore»

Sul Mediterraneo un blocco di inquinanti. Ma è meno grave la situazione in alta quota

di Giovanni Caprara

«Ad accentuare il caldo di queste settimane interviene sicuramente anche l’ozono che staziona nell’area mediterranea, Italia compresa». Guido Visconti, fisico dell’atmosfera all’Università dell’Aquila rivela il contributo al peggioramento della situazione climatica garantito dal discusso gas legato all’effetto serra che surriscalda l’intero pianeta. «Si tratta - spiega lo specialista - dell’ozono generato dall’inquinamento provocato dall’attività umana comprendente dai trasporti alle fabbriche alla produzione di energia. Gli ossidi di azoto mischiati a idrocarburi, grazie all’intervento della radiazione solare innescano una reazione chimica dalla quale esce l’ozono. Succede che nel periodo estivo un ramo discendente dalla circolazione tropicale porti l’aria sollevata sull’Equatore verso le zone subtropicali dell’area mediterranea dove finisce per rimanere tutta la stagione estiva».

Così si crea un ristagno che rappresenta la condizione migliore per moltiplicare la quantità di ozono a bassa quota. Qui, infatti, vengono trattenuti sia i gas inquinanti rimasti dai mesi passati sia quelli che si originano in continuazione. E il cocktail è micidiale.

«Una recente campagna di ricerca condotta da scienziati europei e battezzata Minos - continua Visconti - ha dimostrato l’esistenza del fenomeno che ha origini locali e non è, come si pensava, una nuvola di inquinanti arrivata addirittura dalle regioni asiatiche. In tali condizioni le misure effettuate hanno dimostrato che l’ozono può addirittura triplicarsi. E la sua presenza induce un riscaldamento che va ad aggiungersi a quello provocato dalla situazione climatica stagionale, naturalmente aggravandola come sta puntualmente avvenendo».
La cattiva notizia del troppo ozono a bassa quota, nella troposfera, è bilanciata dalla buona notizia dell’ozono nella stratosfera, a circa trenta chilometri d’altezza. Qui lo stesso gas diventa prezioso e agendo come uno scudo ci protegge dalle radiazioni ultraviolette sparate dal Sole e capaci di distruggere la vita.

Un gruppo di ricercatori statunitensi sotto la guida del professor Michael Newchurch dell’Università dell’Alabama ha rilevato un rallentamento nella distruzione della fascia di ozono sopra il Polo Sud dove periodicamente si crea il famoso buco, come è stato scoperto una ventina di anni fa. A crearlo è una concentrazione di gas, in particolare i clorofluorocarburi (Cfc) generati pure dagli spray o dai sistemi refrigeranti e che possono mantenersi e circolare nell’atmosfera anche un secolo. «Finora il ritmo distruttivo era dello 0,8 per cento ogni decennio - dice Newchurch - mentre ora si è ridotto allo 0,4 per cento. Nel giro di pochi anni, quindi, la lacerazione si dovrebbe arrestare».
«Questo è un primo risultato dei provvedimenti adottati dai vari governi - dice il professor Visconti - ma la strada è ancora lunga. Per poter risolvere il problema completamente occorreranno almeno altri cinquant’anni».

Il recupero dell’ozono riguarda non solo l’area antartica ma anche il Polo Nord dove negli ultimi anni era stato misurato qualche cedimento. Ciò aveva fatto crescere notevoli preoccupazioni perché una diffusione del fenomeno degenerativo avrebbe coinvolto aree molto abitate.
«La situazione nel nostro emisfero resta tuttavia ancora misteriosa - conclude Visconti - perché non si è ancora riusciti a capire con precisione se il danno sia davvero causato dall'immissione di sostanze inquinanti o piuttosto dovuto ad altri fenomeni per il momento non decifrati».

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