Da Famiglia cristiana del 06/07/2003

Dove finiranno le tonnellate di rifiuti radioattivi?

Scorie impazzite

Sono la pericolosa e ingombrante eredità della stagione nucleare italiana che il generale Carlo Jean deve "sistemare" in un deposito unico nazionale. per esempio, in Sardegna...

di Barbara Carazzolo

E pensare che sia la relazione del "Gruppo di lavoro sulle condizioni per la gestione in sicurezza dei rifiuti radioattivi", nato nel '99 per volontà del precedente Governo, sia la relazione della task force che era stata istituita dall'Enea, raccomandavano caldamente «la correttezza delle informazioni e la trasparenza del sistema decisionale», e sottolineavano che «è ampiamente dimostrata la impraticabilità di un percorso decisionale avulso dalla partecipazione dei soggetti interessati e della popolazione». Di più: a pagina 80 del suo rapporto, il Gruppo di lavoro scriveva chiaramente che «la giurisprudenza ha in più occasioni posto in evidenza la necessità, quando si intendono assumere decisioni che possono incidere su una pluralità di interessi, che esse siano anticipate e accompagnate da forme di interlocuzione tra i soggetti portatori di detti interessi assicurando così completezza all'istruttoria». E, a pagina 82, ribadiva che «la prospettiva di dar vita a una programmazione democratica, e cioè trasparente, partecipata, consensuale, contiene in sé un onere di esplicitazione dei dati e degli elementi di preminenza delle soluzioni prospettate rispetto alle principali alternative possibili, con indicazioni delle ragioni delle scelte, specie sotto il profilo dell'impatto sanitario e ambientale».
E invece il generale Carlo jean, presidente della Sogin, la società di gestione degli impianti nucleari, nominato il 7 marzo 2003 anche commissario per l'emergenza nucleare, ha chiesto di secretare la sua audizione di fronte alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, lasciando senza una risposta pubblica alcune domande importanti: perché nel suo dossier, anche questo segreto, presentato pochi giorni fa ai presidenti delle Regioni, sono diminuiti i criteri di esclusione delle aree individuate per la costruzione del deposito nazionale delle scorie nucleari? Il Gruppo di lavoro precedente e l'Enea avevano escluso dalla lista dei siti possibili le aree demaniali, le isole e le zone a meno di 50 chilometri dalle frontiere. Nel nuovo progetto, invece, che per altro si basa sugli stessi studi di fattibilità, questi tre divieti sono spariti. E secondo la popolazione sarda che in questi giorni sta protestando assai vivacemente (anche la delegazione regionale della Caritas si è mobilitata e ha inviato un appello a Palazzo Chigi), il motivo riguarda molto da vicino proprio l'isola.

UN DEPOSITO NAZIONALE IN SARDEGNA
Il generale Jean, forte dello stato di emergenza nei territori occupati dagli impianti nucleari, deliberato a febbraio dal Consiglio dei ministri in seguito all'allarme terrorismo, vedrebbe di buon occhio proprio la Sardegna come area adatta a ospitare il deposito nazionale. Sia per le caratteristiche geofisiche, sia per la presenza di numerose basi militari nazionali e della base americana sull'isola della Maddalena, dove stazionano sommergibili nucleari e dove sembra siano stoccati anche armamenti nucleari. Della vocazione turistica della Sardegna e della preziosità del suo habitat naturale, questa eventuale scelta (peraltro smentita dai ministri interessati) non avrebbe tenuto conto. Ma non terrebbe conto nemmeno del fatto che le isole erano state escluse per via della scarsa sicurezza garantita dal trasporto via mare delle scorie, soprattutto di quelle ad alta radioattività, che sono il risultato della stagione nucleare italiana e che se non sono molte in termini di volume, grazie al blocco imposto dal referendum di 16 anni fa, sono pur sempre pericolosissime e lo resteranno per migliaia di anni. A queste scorie andranno poi aggiunte quelle derivanti dal definitivo smantellamento delle centrali nucleari, che erano state calcolate dall'Enea in 77.639 tonnellate di rifiuti di seconda categoria (che hanno tempi di dimezzamento variabili da qualche decennio ad alcune centinaia di anni), e 14.876 tonnellate di rifiuti di terza categoria (che hanno tempi di dimezzamento di migliaia di anni e oltre).
Ma c'è anche un'altra domanda che non sembra avere avuto una risposta: perché i 114.573 metri cubi di rifiuti a media radioattività censiti dalla task force dell'Enea sono diventati circa 50.000 metri cubi? «Già in una precedente audizione il generale Jean aveva parlato dell'innalzamento dei livelli di rilascio dei materiali radioattivi, clearance, perché considerava gli indici attuali troppo riduttivi», dice Giuseppe Onufrio, ex responsabile del "settore nucleare" di Greenpeace e attuale direttore dell'Issi(Istituto sviluppo sostenibile Italia). «Rendendo più permissivi i valori si potrebbero gettare in discarica decine di migliaia di metri cubi di materiali radioattivi che con la normativa attuale dovrebbero invece trovare posto nel futuro deposito nazionale. In ogni caso, l'opacità che è stata introdotta su questo tema rende legittimi tutti i sospetti», continua Onufrio, «compreso quello sulle norme di sicurezza per i lavoratori. Una corrente di pensiero internazionale vorrebbe convertire in valori guida, quindi meno tassativi, gli attuali limiti di dose che la normativa prevede a tutela dei lavoratori. In questo modo si potrebbero tagliare i costi, perché più dosi pro capite di radioattività significa meno persone da assumere».
Ogni decisione, comunque, è stata rimandata: dopo che la Conferenza delle Regioni alle quali è stato inviato il piano del generale Jean, avrà dato la sua approvazione ai criteri di selezione, si passerà alla scelta dei siti più idonei (che allo stato attuale sembrano essere in Sardegna, ma anche in Puglia, Toscana, Piemonte, Friuli, Emilia-Romagna e Basilicata). L'ok definitivo spetterà al Governo d'intesa con le Regioni.

IN SIBERIA C'È SPAZIO...
Nel frattempo, però, si sta facendo strada un'altra ipotesi: in una recente riunione dei G8 la Russia si è detta disponibile a ospitare in Siberia un deposito nucleare internazionale in cambio di aiuti per la messa in sicurezza delle centrali nucleari russe. Ma, secondo indiscrezioni, la Russia vorrebbe anche l'autorizzazione a riprocessare il materiale nucleare, un processo che determinerebbe ulteriore produzione di uranio e di plutonio, metalli utili in campo militare non solo per costruire bombe atomiche. Gli Stati Uniti, invece, che sono contrari a nuovi riprocessamenti, vogliono lo stoccaggio a secco. In ogni caso, secondo la Sogin, la società di gestione degli impianti nucleari creata nel '99 dalla riorganizzazione dell'Enel e presieduta appunto dal generale Jean, smaltire i rifiuti italiani all'estero sarebbe troppo costoso. Ma quando si parla di nucleare è difficile fare i conti. Secondo il rapporto del Gruppo di lavoro, il costo del solo smantellamento delle installazioni dismesse sarebbe di circa 5.000 miliardi di vecchie lire, E, in ogni caso, l'industria nucleare è in difficoltà quasi ovunque, anche per i costi molto elevati. Soltanto in Asia il nucleare è in crescita, ma solo nei Paesi dove l'industria è legata a finalità militari.

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