Da La Repubblica del 04/06/2003

Il fantasma di Arafat

di Vittorio Zucconi

SHARM ELSHEIKH - IL VERTICE con il fantasma, l'incontro arabo-americano voluto da Bush senza Arafat per cacciare lo spettro del vecchio con la kefiah, è riuscito nella forma, se non ancora nella sostanza. Nel lusso del miglior albergo di Sharm el Sheikh, tra campi da golf strappati al deserto, davanti a un mare color depliant turistico, Bush ha voluto dimostrare ai palestinesi, agli arabi tutti e agli israeliani che si può parlare di pace, di "due Stati", di soluzione giusta, senza quell'uomo che lui ha definitivamente bocciato e che d'ora in poi potrebbe soltanto fare la parte dello spoiler, come ha detto Powell, del guastafeste.

Intimiditi, sornioni, accomodanti di fronte al grande re cristiano venuto da Occidente, i re d'Arabia e il presidente Mubarak hanno finto di accondiscendere e di inchinarsi alla potenza del più forte che annunciava il nuovo verbo («siamo a un momento storico»), producendosi in vibranti e facili denunce del terrorismo («che non può avere mai nessuna giustificazione di nessun tipo» ha detto Mubarak). Garantendo lotta ai finanziamenti segreti per il terrorismo. Offrendo «appoggio all'impegno dell'Autorità Palestinese di mettere fine alle violenza, come espresso dal primo ministro Mahmoud Abbas». Eppure lasciando a tutti, anche a Colin Powell che aveva fatto invano le ore piccole per strappare qualche parola più netta, l'impressione che Arafat resti la carta che tutti tengono nascosta nelle ampie maniche delle loro "djallaba", fra le molte altre, se e quando vorranno giocarla per tagliare la strada ai negoziati.

Molte e belle parole sono state scambiate tra Hosni Mubarak, il Presidente egiziano che ospitava questo incontro sempre di corsa, come tutto quello che Bush fa e vuole, e il Presidente americano, in colloqui passati dalle stanze ufficiali ai carrettini elettrici sul percorso di golf. Un lungo paragrafo della dichiarazione finale firmata da Mubarak è dedicato soltanto alla lotta contro il terrorismo, «contro la cultura del terrorismo», contro «la cultura della violenza», «piaga, peste, minaccia per tutta l'umanità», parole certamente sincere perché dette da un uomo che ha ereditato la poltrona di capo dello Stato da Anwar Sadat, ucciso dai sicari della «Fratellanza Islamica». Appositi capoversi sono stati inseriti per lodare d'impulso dato dal Presidente Bush al processo di pace e il suo forte impegno personale», per sposarne «la visione di due stati, Israele e Palestina, chiamati a vivere fianco a fianco» e non poteva mancare neppure l'allusione all'Iraq e al suo popolo «che devono poter vivere nella loro integrità territoriale e nella loro indipendenza». Assente soltanto quella parola, “democrazia”, che Mubarak ha saggiamente tralasciato, potendo non suonare graditissima agli orecchi dei sovrani presenti, nessuno dei quali, il principe saudita sempre ereditario Abdallah, re Hamad del Bahrain, Re Abdullah di Giordania, può essere accusato di governare su nazioni democratiche. Ma anche questo tentativo di far ripartire la ruota del negoziato, («dovevamo assolutamente ripartire» dirà più tardi, con tono quasi disperato, Condoleeza Rice) muove da una serie di equivoci e di cose non dette.

Arafat non c'era, nello scenario da agenzia di viaggi, eppure c'era, perché anche Powell deve ammettere che «resta il presidente eletto» dai Palestinesi, un «leader fallito». Mahmoud Abbas è il primo ministro che Washington vuole e che Bush ha portato al battesimo di fronte agli altri capi di stato arabi, ma osservando le scene fuori inquadratura del vertice, e ascoltando le voci, si vedeva che il solo a trattarlo con cordialità e qualche premura era Bush. Il Palestinese era ignorato e il suo vicino, il principe Abdallah, teneva, forse casualmente, la testa sempre girata dall'altra parte. I Sauditi, destinatari non nominati ma evidenti di tutti i moniti americani ad «accertarsi che gli aiuti al popolo palestinese vadano davvero al popolo palestinese e non ai terroristi» hanno di nuovo respinto ogni tentativo di strappare la promessa del riconoscimento dello stato ebraico di Israele e addirittura hanno incassato «le congratulazioni» di Bush per i loro successi nella lotta al terrorismo, un po' curiose pochi giorno dopo il massacro terroristico di Riad.

Dunque, oggi ad Aqaba, in Giordania, nella città dell'irredentismo beduino contro l'impero ottomano, nella città di Lawrence, Bush, Sharon e Abbas, il primo ministro quasi incoronato tra le buche da golf e le spiagge del Mar Rosso, continueranno a danzare sul filo dell'equivoco, a non spiegare che cosa voglia dire Bush quando domanda agli Israeliani di «affrontare il problema degli insediamenti» da smantellare come chiesto da molte, vane risoluzioni Onu, delle loro colonie che continuano ad aprirsi ed espandersi in territori che i Palestinesi considerano loro, o quando richiede al nuovo premier di «porre fine al terrorismo», quasi che esistesse, in Palestina, un interruttore della violenza da accendere o spegnere. Perché mai questo nuovo inizio dovrebbe essere diverso da tutti gli altri inizi abortiti? «Perché oggi abbiamo con noi le nazioni arabe che appoggiano la nostra iniziativa» proclama la Rice parlandoci prima che Bush arrivasse ad Agaba, all'alba di oggi. «Perché finalmente l'autorità palestinese ha in Abbas un uomo che vuole portare serietà, responsabilità e integrità nell'amministrazione del territorio». Perché anche gli Israeliani accettano il concetto di «occupazione» di zone che non appartengono al sogno della «Grande Israele» e l'idea di un «territorio statale contiguo» per i Palestinesi, qualunque cosa ciò significhi.

Ma soprattutto, e forse soltanto, perché Bush è stato registrato mentre diceva a muso duro a Mubarak, salendo con lui su uno dei biroccetti elettrici usati sul campo da golf, prima che la TV egiziana tagliasse «per errore» il collegamento, «come avete visto, io sono uno che fa quello che dice». Purtroppo, come tanti suoi predecessori hanno dovuto constatare, in questo campo di rovi che è il Medio Oriente è vero più spesso il contrario, che si faccia l'opposto di quel che si dice in pubblico.

Intanto Hamas si dice pronta a fermare gli attentati contro Israele se avrà garanzie che l'esercito dello stato ebraico si ritirerà gradualmente daiterritori palestinesi.

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