Da Corriere della Sera del 23/05/2003

Undici anni dopo

Alla fine l’Impresa si sciolse dall’abbraccio con Di Pietro

di Dario Di Vico

ROMA - Con la richiesta di «un’autentica pacificazione nazionale», di una sorta di amnistia, la Confindustria è tornata a mettere i piedi nel piatto della giustizia. Antonio D’Amato alla sua quarta relazione da presidente non ha avuto timori nel contraddire pubblicamente il partito giustizialista. Ha parlato di politicizzazione della magistratura, di «un continuo massacro» che non giova alla politica, ma nemmeno «alla credibilità dell’azione giudiziaria». Erano anni che da un palco degli imprenditori italiani non si ascoltavano concetti tanto ruvidi nei confronti delle toghe. Ieri si è rotto definitivamente un lungo fidanzamento iniziato a ridosso degli anni di Mani Pulite e andato avanti per anni. Ancora quindici mesi fa, ad applaudire il discorso d’addio del procuratore generale di Milano Francesco Saverio Borrelli - «resistere, resistere, resistere» - c’era in prima fila Leopoldo Pirelli.
Nell’era Tangentopoli il presidente della Confindustria si chiamava Luigi Abete e a capeggiare i Giovani Imprenditori era Aldo Fumagalli. La linea adottata fu quella della massima trasparenza, dell’appoggio pieno ai giudici e della critica radicale ai politici della Prima Repubblica. Nel giugno del ’92 a rivestire i panni della star del convegno di S. Margherita Ligure fu nientemeno che Antonio Di Pietro. Interrotto da continue manifestazioni di consenso, il magistrato simbolo di Mani Pulite chiese agli industriali di «fare una scelta di campo, isolare e denunciare i casi di malcostume, prima che sia troppo tardi». Gli fece immediatamente eco il giovane Fumagalli: «Di Pietro ci dà fiducia, bisogna avere il coraggio di schierarsi con il cambiamento». Pressappoco negli stessi giorni, sul settimanale Il Mondo , Giovanni Agnelli sentenziò: «I magistrati stanno lavorando. E’ bene che lo facciamo serenamente e tranquillamente. Non credo alle mezze misure. Credo che in certe situazioni sia determinante la chiarezza totale».
L’abbraccio tra Di Pietro e la Confindustria continuò negli anni successivi. A Cernobbio nel settembre del ’94 il pm fece ancora il pieno vantando i meriti del metodo kyosei , una proposta per uscire alla giapponese da Tangentopoli collaborando tutti insieme: politica, imprese e magistrati. L’anno dopo gli industriali presentarono addirittura un organico piano di riforma della giustizia, in cui pescavano a piene mani dalle idee fornite loro in un seminario da due magistrati, Marcello Maddalena e Alfredo Robledo. Finita la presidenza Abete e archiviata l’emergenza tangenti, in Confindustria è stata la volta di Giorgio Fossa. Una presidenza dai tratti «sindacali»: pochissima politica, battaglia contro le 35 ore e per l’ingresso in Europa. L’unica giustizia di cui si parlò, in quella stagione, fu quella civile. Ma i Giovani Imprenditori continuarono a tessere la tela dei rapporti con i magistrati. Fu del ’98 la presenza, sempre a Capri, del pm Piercamillo Davigo. Solito j’accuse nei confronti dei funzionari pubblici corrotti, solita standing ovation e un solo industriale, Diego Della Valle, in controtendenza si alzò e obiettò che «ci sono persone che attraverso la magistratura riescono a fare più mestieri».
Prima di ieri, nei tre anni di presidenza, D’Amato non aveva mai sollevato il tema del rapporto tra politica e giustizia. Tanto che un suo oppositore, Edoardo Garrone, solo un anno fa l’aveva accusato di aver fatto poco in materia e invece «la giustizia interessa molto gli imprenditori». Ma stavolta D’Amato non ha cercato ripari e ha detto come la pensa. Anche a costo di passare per un paladino del Cavaliere. Scioccando i tanti che in sala ricordavano quel Masaniello che guidava i Giovani Imprenditori alla fine degli anni ’80 e nei convegni confindustriali prendeva di petto Giulio Andreotti, chiedeva di tagliare con l’accetta i nodi tra politica ed economia e sollecitava addirittura una riforma elettorale.
 
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