Da Corriere della Sera del 23/05/2003

Cirò, il paese che evade anche il condono

Quasi nessuno paga le tasse locali. Il Comune, già sciolto per ’ndrangheta, è in bancarotta

di Gian Antonio Stella

CIRO’ (Crotone) - Fatto trenta, Eccellenza Tremonti, faccia trentuno: un condono per l’evasione sul condono. Per coloro che hanno sanato un abuso edilizio senza mai pagare la multa relativa. L’accorato appello sale da Cirò, famosa tra i sommelier per il miracolo del vino, tra i giudici contabili per il miracolo dell’acqua. Il primo continua a conquistare mercati nonostante parta da un’area così depressa da avere un reddito pro capite di 5.254 euro: un quarto dell’Italia ricca. La seconda continua a sgorgare dai rubinetti nonostante i paesani che pagano la bolletta siano solo il 2,6 per cento.

«Chiuso per bancarotta»: così dovrebbe essere scritto sul cartello all’ingresso di questo sventurato paese bello e cadente accoccolato sui primi rilievi della Sila alle spalle di Cirò Marina, la contrada turistica cresciuta fino a diventare molto più grande dell’antico borgo. Fondata dai greci col nome di Ypsicron e nota, a parte il vino, per aver dato i natali a Luigi Lilio, l’astronomo che per conto di Gregorio XIII definì il calendario gregoriano, Cirò è infatti così in rosso, finanziariamente, da essere stata scelta dalla Corte dei Conti come luogo simbolo della peggiore amministrazione pubblica. Al punto da meritarsi una inchiesta che, firmata dal procuratore regionale Nicola Leone, rovescia sulle ultime giunte una tonnellata di accuse, ironie, invettive gonfie d’indignazione.

Chiuso per bancarotta lo è davvero, il municipio. Commissariato per infiltrazioni mafiose e sprofondato in un tale baratro economico da imporre la dichiarazione di dissesto finanziario. Tre miliardi e 937 milioni di vecchie lire di debiti. Oltre un milione per ogni abitante, lattanti compresi. Una brutta grana, per gli aspiranti sindaci e assessori. Costretti a misurarsi per la prima volta con una campagna elettorale nella quale, ufficialmente, non possono sbandierare la promessa populista e demagogica che un tempo garantiva una pioggia di preferenze: non far pagare le tasse comunali.

Sono anni che non le pagano, a Cirò. Lo dicono i bilanci passati al se- taccio dagli investigatori contabili: 78,2 % di evasione dell’Ici, 97, 4 di evasione sull’acqua, 96,8 di evasione sui rifiuti solidi urbani, 100 per cento di evasione sulle fognature e la depurazione delle acque. Eppure tutti pagano le bollette del telefono, tutti pagano quelle della luce, tutti pagano l’Irap. «Sarà perché la riscossione non l’effettua il Comune?», si chiede sarcastico il magistrato autore dell’inchiesta. E chiude: «La domanda è retorica». «Non è che la gente di qua sia portata all’evasione», spiegano in ragioneria. «Il fatto è che ogni volta che c’erano da spedire le bollette c’era sempre qualche elezione alle porte e alla fine arrivava sempre un assessore che diceva: "non adesso, non adesso. Sospendiamo un momento..."».

Sospendi oggi, sospendi domani, il commissario prefettizio spedito sul posto dopo lo scioglimento del consiglio comunale ha trovato appunto casi di persone che, chiesto il condono edilizio in base alla legge Berlusconi del ’94, non aveva mai pagato la multa. «Di più! Di più! Mancavano dei versamenti dovuti per il condono del 1980!», racconta Ciccio Sessa, che lavora all’Ufficio Tributi ed è il leader locale di Rifondazione. Per non parlare delle altre voci della tabella «entrate». Come quella inserita nell’ultimo consuntivo prima dello scioglimento al «titolo 4», cioè nella casella dei soldi recuperati attraverso la vendita di beni comunali. Entrate previste: 1.191 milioni. Entrate effettive: 3.
Vi chiederete: come faceva un comune così a pagare i fornitori? Semplice: non li pagava. Al punto che Mario Vulcano, vice-sindaco nell’amministrazione sciolta con l’accusa di essere infiltrata dalla ’ndrangheta e oggi candidato a guidare Cirò da una lista civica di centro-destra («ecché: a noi toccava controllare se la gente pagava?») ammette che "a forza di accumulare debiti dagli anni Ottanta, il comune deve oggi un miliardo di lire all’Inps di contributi mai pagati per i dipendenti, uno alla Regione per l’acqua, 600 milioni all’Inail, 900 a una società che aveva l’appalto per la riscossione dei tributi». Quasi un miliardo per riscuotere 250 milioni. Un affare.

Eppure, immersi nel fango com’erano, cosa riuscirono a inventarsi i bravi ragazzi della vecchia giunta «civica» di centro-sinistra guidata dall’allora «popolare» Antonio Sculco, eletto plebiscitariamente con l’80% dei voti? L’acquisto del castello che domina il paese. Un maniero medievale continuamente rimaneggiato fino a perdere gran parte del suo valore monumentale e ormai ridotto a un rudere. Tetto crollato, erbacce, muri che si sgretolano. Un pericolo, più che una ricchezza. Al punto che già negli anni Ottanta era stato ordinato ai proprietari d’avviare immediate «opere di consolidamento della muratura e riparazione dei solai e del tetto, onde garantire l’incolumità pubblica ed arrestare lo stato di degrado e di instabilità». Tempi stretti: i lavori dovevano finire «entro 12 mesi». Dodici anni dopo, nel 1997, il nuovo sindaco se ne ricordava. E riordinava: «Date inizio ai lavori di consolidamento e ripristino».

A quel punto, scrive la Corte dei Conti, bastava far rispettare sul serio l’ordinanza perché i proprietari, davanti alla prospettiva di spendere un patrimonio, donassero tutto al comune. Macché: commissionata una perizia che triplicava la valutazione fatta qualche anno prima del castello nonostante, scrive il giudice, non esistesse un solo possibile compratore al mondo, la giunta decise di acquistare il maniero per 900 milioni nella speranza di ottenerne poi dodici miliardi per il restauro. Una scelta scriteriata. Ma il bello doveva ancora venire. Dei soldi ottenuti, infatti (a parte 90 milioni buttati per la caparra) neppure uno finì nell’acquisto della diroccata rocca. Evaporarono infatti per pagare stipendi, tredicesime, bollette, cancelleria. «Una leggerezza», spiega Mario Vulcano. Sepolto sotto quella «leggerezza», tocco finale di una gestione da delirio, è crollato il comune. Tutti e tre i candidati, adesso, giurano che la loro giunta avrà la testa sul collo. E lo giura Mario Caruso, un giovane avvocato che guida una lista di centrodestra «decisa a fare pulizia». E lo giura Carlo Colucci, leader d’una coalizione di centrosinistra che dice d’aver fatto il bucato e si è guadagnata l’appoggio di Rifondazione. E lo giura Mario Vulcano.

Anche se in fondo è convinto che la situazione non è poi così tragica: «Se vengo eletto in un mese sistemo tutto». Scusi: e i soldi chi li mette? «Lo Stato. Un bel mutuo ventennale».

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