Da Il Manifesto del 13/05/2003

Terrorismo, diritti Ue sulla Carta

di Ida Dominijanni

Di nuovo calamitati dalla soap nostrana di Silvio Berlusconi sui giudici golpisti e sui post-comunisti liberticidi, antidemocratici e amici dei dittatori, rischiamo di non avere occhi sufficienti per continuare a guardare quello che capita nel mondo. Errore madornale, perché quello che capita nel mondo è legato a filo doppio con quello che ci capita in casa, e se il nostro presidente del consiglio si prende le libertà che si prende lo fa anche perché è sostenuto da tendenze internazionali che gli assomigliano. Soprattutto su quel terreno del rapporto fra potere politico e garanzie giuridiche, che lui continua a declinare in termini vittimistici, come se gli unti dal popolo fossero perennemente messi in scacco dai custodi del diritto, mentre nella realtà avviene l'esatto contario, e cioè che sempre più spesso gli unti dal popolo, in Italia e altrove, se ne infischiano del diritto e dei diritti e li calpestano allegramente. Sentite questa ad esempio, tratta dall'ultima newsletter del Garante italiano della privacy. Dopo l'approvazione della Carta europea dei diritti, la Commissione europea, sulla base di una raccomandazione del parlamento di Strasburgo, ha incaricato un gruppo indipendenti di sedici esperti di monitorare lo stato dei diritti fondamentali in Europa alla luce dei principi sanciti appunto dalla Carta. Di recente questo gruppo ha consegnato il suo primo rapporto (quasi 300 pagine, consultabili in inglese nel sito http:// europa.eu.int/...), che consiste in un'analisi dettagliata delle iniziative assunte dalla Ue e dai singoli stati membri nel corso del 2002, ed esprime una serie di motivate perplessità sulle iniziative legislative in materia di lotta al terrorismo nate dopo l'11 settembre. Più in dettaglio le perplessità sono cinque. Primo, la definizione del reato di «terrorismo» nella decisione-quadro varata dall'Unione il 13 giugno del 2002: definizione a giudizio degli esperti troppo vaga, o almeno non tanto precisa quanto dovrebbe essere per giustificare il ricorso a metodi di indagine che possono comportare interferenze pesanti nella vita privata dei cittadini, come le intercettazioni ambientali e l'uso di strumenti di sorveglianza occulta. Secondo, i criteri di applicazione del mandato di arresto europeo, anch'essi giudicati dagli esperti troppo ampi e potenzialmente in grado di comprimere diritti fondamentali. Terzo, la cooperazione degli stati Ue con gli Stati uniti in materia di trasmissione di dati personali, cooperazione che formalmente sarebbe impedita dall'assenza negli Usa di un'autorità indipendente con poteri di controllo sull'uso che dei dati viene fatto dai servizi di intelligence. Quarto, la definizione di profili di «potenziali terroristi» sulla base di informazioni che riguardano la cittadinanza, l'istruzione, il luogo di nascita, le caratteristiche psico-sociologiche, definizione incompatibile con la direttiva europea 95/46. Quinto e ultimo, le misure «urgenti» adottate dagli stati Ue dopo l'11 settembre, giudicate dagli esperti non rispettose del criterio di proporzionalità fra i rischi che intendono scongiurare e le restrizioni delle libertà personali che comportano, restrizioni che dovrebbero essere limitate allo stretto necessario, temporanee e speciofiche, mentre non sempre lo sono.

Il rapporto dei sedici esperti non è vincolante né per il parlamento né per la commissione Ue, e dunque lascerà il tempo che trova. Ma vale bene a esemplificare quanto sia autoconsolatorio, per noi europei, accettare la definizione dell'Europa come beata terra kantiana del diritto dominata da Venere che gli antieuropeisti d'oltreoceano ci hanno affibbiato coniando contemporaneamente per gli Stati uniti quella di spavaldo regno del Leviatano hobbesiano dominato da Marte. La verità è che diritto e diritti sono sotto scacco ovunque nelle democrazie occidentali perché ovunque il potere politico non vuole intralci sulla sua strada, che si tratti di fare la guerra o di combattere il terrorismo o di governare a colpi di dittatura della maggioranza. Silvio Berlusconi scia sulla cresta di un'onda più lunga, con l'aggravante di essere uno smisurato estremista.

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