Da Il Manifesto del 17/04/2003

L'Europa si è fermata a Baghdad

I capi di stato e di governo della Ue provano a nascondere le divisioni sulla guerra e si dicono pronti a lavorare con l'Onu e a collaborare con gli Usa nella ricostruzione dell'Iraq. Ma a Parigi si parla di possibili «sanzioni» americane contro la Francia. L'allargamento ai 10 paesi dell'est europeo diventa realtà

di Anna Maria Merlo

Una dichiarazione sull'Iraq non prevista in serata, dove tutti sono d'accordo per sottolineare il «ruolo essenziale delle Nazioni unite per la ricostruzione dell'Iraq» e la decisione, su proposta della Commissione, di stabilire un «ponte aereo» per evacuare il più rapidamente possibile verso i paesi dell'Unione europea feriti e bambini in accordo con l'occupante. In precedenza, una «Dichiarazione di Atene» che assicura il sostegno all'Onu: «L'Unione europea apporta il proprio appoggio alle Nazioni unite e agli sforzi per assicurare una legittimità internazionale e una responsabilità mondiale». L'Unione europea cerca di ritrovare, almeno nel giorno della firma solenne del trattato di adesione dei dieci nuovi membri dove si è sprecato l'aggettivo «storico», una parvenza di unità dopo le pesanti divisioni sulla guerra. Ieri ad Atene, ai piedi dell'Acropoli, sotto un ulivo centenario, con grande simbolismo i Quindici hanno firmato assieme ai Dieci (Ungheria, Repubblica ceca, Slovenia, Slovacchia, Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Cipro e Malta) il trattato di adesione dei nuovi membri che porteranno all'Unione 75 milioni di abitanti in più dall'1 maggio del 2004, dopo i referendum di ratifica (per il momento tre paesi hanno già votato, Slovenia e Ungheria con entusiasmo con più dell'80% di sì, Malta con moderazione, solo il 54%). Una cerimonia di due ore, alla presenza dei tre che restano candidati (Romania, Bulgaria e Turchia) e sotto l'occhio benevolo del segretario generale dell'Onu Kofi Annan, con tre minuti per ciascun stato membro, vecchio e nuovo, per sottolineare la «storicità» del momento. La cerimonia sembrava un po' fuori luogo, viste le divisioni sulla guerra e la testa di tutti altrove, non tanto a festeggiare l'allargamento dell'Unione, che suscita molte perplessità tra i cittadini, ma nel non lontano Medioriente. Tony Blair, involontariamente, ha rimesso tutti con i piedi per terra: invece di aspettare il turno per ordine alfabetico (che fa sì che la Gran Bretagna, United Kingdom, sia l'ultima della lista) ha firmato prima, perché doveva rientrare a casa.

Un minimo di unità è stato trovato con il riferimento al ruolo dell'Onu e, nei corridoi, nella forte perplessità sull'ipotesi di un possibile attacco alla Siria (persino la Spagna ha deciso di inviare a Damasco la ministra degli esteri, Ana de Palacio, e Josè Maria Aznar ha assicurato Bashir Assad del suo appoggio). Ma la soluzione è di compromesso: Germania prima e poi anche Francia hanno messo un po' la sordina all'opposizione dura dei giorni della guerra. Parigi è sotto tiro: oggi a Washington, secondo la radio pubblica France Inter, dovrebbero riunirsi a Washington George W. Bush e i suoi consiglieri per decidere delle «sanzioni» contro la Francia: riduzione della cooperazione militare, rifiuto di partecipare al salone aeronautico del Bourget di giugno, riduzione del potere francese nella Nato. Bush avrebbe deciso di punire la Francia (ma di ignorare Berlino e di perdonare la Russia) per l'opposizione alla guerra. Parigi ha accettato così di parlare di «nuova fase» dove, ha spiegato Jacques Chirac, «bisognerà trovare una nuova articolazione tra il ruolo dell'Onu, che deve essere essenziale, e le forze statunitensi e britanniche, che sono sul terreno». L' «articolazione» pero' è tutta da vedere. La portavoce di Chirac ha citato i terreni su cui dovrà essere realizzata e che sono forieri di forti controversie: amministrazione dell'Iraq (Usa o Onu?), gestione delle risorse petrolifere, rappresentanza degli iracheni (a quando un governo democratico locale?), ricostruzione fisica dell'Iraq, aiuti umanitari. La fretta italiana di mandare i carabinieri senza aspettare una decisione concordata con i partner dell'Unione è stata passata sotto silenzio, anche perché gli Usa hanno proposto ad altri, tra cui Polonia e Danimarca, una partecipazione analoga. Ma il nuovo «pragmatismo» (la parola è stata usata da Chirac nella telefonata con Bush di martedì, la prima dal 7 febbraio scorso) permette di affrontare «caso per caso» i problemi della ricostruzione. Oggi a Parigi, all'Unesco, si parlerà di recupero archeologico e dei musei saccheggiati.

Nel giorno dell'allargamento, i toni sono stati di distensione. Aznar, paladino della guerra, ha affermato che «ci sono ricomposizioni in corso». Il padrone di casa Costa Simitis - la Grecia si è opposta alla guerra - ha detto che «dobbiamo fare di tutto per rafforzare il dialogo transatlantico ed evitare il deterioramento delle relazioni tra Europa e Stati uniti». Perché, dice, dopo avere mandato un messaggio a Washington «a lungo termine nessuno puo' governare il mondo da solo». Javier Solana, alto rappresentante europeo per la politica estera, è stato invece molto prudente sulla riconciliazione: «Non bisogna mettere il carro davanti ai buoi». Tanto più che la spaccatura si è accentuata anche per l'entrata dei nuovi membri: tra gli «otto» che hanno firmato la lettera di appoggio a Bush c'erano alcuni dei nuovi partner; e quelli che non l'avevano firmata ne hanno poi scritta un'altra con toni analoghi.

Il segretario generale dell'Onu Kofi Annan ha cominciato ieri dei colloqui bilaterali - una dozzina - per cercare di capire come potrà muoversi l'Europa. Ci sono stati altri tête-à-tête, tra cui uno tra Chirac e Blair. Oggi, saranno 40 gli stati rappresentati ad Atene, per un incontro tra Unione europea a 25 e paesi confinanti. In particolare, sarà presente Igor Ivanov. Il ministro degli esteri russo si è fatto precedere da una dichiarazione di pacificazione: «L'importante è non concentrarsi sui disaccordi tra chi si è opposto alla guerra e chi l'ha fatta».

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