Da La Stampa del 15/04/2003

Intervista al Garante Stefano Rodotà

«Senza regole addio libertà»

Stabilire princìpi comuni non imbriglia Internet casomai ne garantisce la sopravvivenza

di Anna Masera

Ci vogliono regole, per continuare a essere liberi. Parola di Stefano Rodotà, «papà» italiano e paladino europeo della privacy: presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (ha appena inaugurato il nuovo portale www.garanteprivacy.it), docente di diritto all’Università La Sapienza di Roma, presiede il gruppo europeo per la tutela della persona con riguardo al trattamento dei dati personali ed è membro del European Group on Ethics in Science and New Technologies. La sua esperienza internazionale in materia è tale da farne un esempio più unico che raro.


Lei ha proposto recentemente una specie di Costituzione planetaria per Internet. Ma paladini della libertà online come la Electronic Frontiers Foundation (www.eff.org), segnalano il pericolo di «balcanizzazione»: il rischio è di dividere la Rete in tanti pezzi, snaturandola?

Sì, il rischio che si finisca col fuggire dai Paesi più disciplinati per rifugiarsi nei «Paradisi» c’è. Ma proprio per questo è necessaria una regolamentazione che scavalchi i confini territoriali e le legislazioni dei singoli Paesi, e una convenzione di princìpi non calata dall’alto è possibile. L’importante è che i Garanti procedano di concerto, con prassi applicative comuni per verificare quali regole comuni funzionano e quali no. E’ un’idea che avevo già lanciato alla conferenza mondiale sulla privacy tenuta nel 2000 a Venezia. Nella relazione che terrò il prossimo 20 maggio, proporrò che questa sia un’iniziativa europea guidata dall’Italia, che prossimamente sarà alla presidenza della Ue.


Come risponde a chi teme che si voglia imbrigliare Internet?

Che sono abbastanza vecchio da ricordare come è andata con le radio e le tivù libere: nessuno voleva regolamentarle, siamo finiti nel duopolio che conosciamo e adesso a Gasparri tocca legiferare per garantire la sopravvivenza degli altri. Attualmente c’è un eccesso di delega al mercato: le cose non si aggiustano da sè. Se io vengo danneggiato per un’informazione divulgata su Internet, eserciterò un mio diritto con la richiesta di risarcimento. Su chi? Il gestore del sito. Allora la censura c’è già: solo che è di mercato, non di legge.


Internet non è insofferente alle regole?

E’ un concetto boomerang: basta pensare alle inchieste sulla pedofilia online, a quel ragazzo che si è suicidato perchè indagato in quanto frequentatore di siti pedofili. Le regole non mortificano la libertà, ma aprono la porta a garanzie di libertà, contro la repressione. Una discussione «Quali regole per Internet» oggi è indispensabile.


Lei recentemente ha dettato le regole per rispettare la privacy con i nuovi telefonini multimediali, che permettono di inviare immagini come messaggini mms a chiunque. Per i giornalisti si applica il diritto di cronaca e il codice deontologico, nel rispetto della legge sulla privacy. Ma su Internet, c’è confusione sulla definizione di «giornalista»: lo è solo chi ha la tessera dell’Ordine, chiunque lavori a un giornale, a patto che si tratti di una testata registrata, o chiunque lavori a un sito informativo?

Il codice di deontologia dei giornalisti si applica a tutti quelli che fanno informazione attraverso qualsiasi mezzo. Quindi chi esercita attività di tipo giornalistico ha diritto di cronaca, altrimenti no. Per esempio, se un sito che documenta le attività del movimento pacifista, o no-global, pubblica le riprese di una manifestazione, queste sono legittime perchè riconducibili alla cronaca.


Detto così, sembra lapalissiano. Eppure la confusione che circola in merito è tanta...

E’ vero che c’è confusione: ma ritengo sempre preferibile un margine di incertezza a regole troppe rigide che si rivelano inapplicabili.


Come si regola il Garante per la Privacy nei confronti dell’utilizzo dei programmi informatici che spiano («spyware») le attività di un utente con il proprio computer collegato a Internet?

Deve esserci un’alleanza tra diritto e tecnologie attraverso le cosiddette «Privacy Enhancing Technologies» (Pet), che sono ben rappresentate dai software anti-spia («anti-spyware») e anti-cookie. Punto primo: ci deve essere un rapporto stretto tra finalità rilevanti e l’uso di queste tecnologie. Punto secondo: bisogna regolare la modalità di raccolta di queste informazioni. Terzo: bisogna definire chi possa utilizzare queste informazioni e per quali fini. Quarto: bisogna definire quali siano tempi di conservazione delle informazioni. Come garanti europei abbiamo già costretto Microsoft a rivedere il suo controverso programma «Net Passport», grazie alle regole comuni che bene o male la Ue è riuscita a darsi sulla protezione dei dati personali.


L’unico Paese refrattario alle regole sembrano essere gli Usa...

Già ed è ironico, visto che gli americani vanno fieri per aver inventato la privacy. Certo, con il terrorismo e la conseguente politica dell’amministrazione Bush, questo non è il momento migliore per parlare di tutela della privacy. Non siamo anti-americani, ma usiamo argomenti americani per polemizzare con loro. Anche perchè le stesse imprese Usa «liberiste» soffrono di un effetto balcanizzazione per le troppe diverse regole statali e la mancanza di un’unico approccio federale (si veda il caso Antitrust per il quale la stessa Microsoft ha avuto bisogno di un ufficio legale per maneggiare 50 leggi diverse)...


Insomma, è ottimista?

Non sono ottimista, ma registro questi dati. Dico: non arrendiamoci subito. Se l’obiettivo è 100, e arriviamo a 10, rispetto a 0 è già qualcosa.

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