Da Il Manifesto del 02/04/2003

L'Eufrate visto dal Tamigi/3

Giovani leoni contro Blair

Sono gli studenti il motore delle grandi manifestazioni pacifiste nel Regno unito. Sanno trattare con i poliziotti e dare scacco alla Bbc. E c'è chi azzarda: buon segno, l'impegno politico è tornato di moda

di Marco D'Eramo

La Bbc, la radiotelevisione inglese (British broadcasting corporation) è mitica per la sua misurata oggettività, ma da quando è iniziata l'invasione dell'Iraq, il movimento pacifista le ha cambiato nome, e ormai Bbc designa «Blair Broadcasting Co.», «Radio Blair» per la faziosità a favore del premier Tony Blair con cui «copre» il conflitto che, nei suoi servizi e commenti, perde ogni dimensione cruenta: morti e feriti civili iracheni sono evitati al limite dell'indecenza. Addirittura la Bbc se la prende con la resistenza irachena perché «impedisce di portare i soccorsi»: è colpa loro - sottintende l'emittente britannica - se c'è il disastro umanitario (avete notato la stranezza del termine? sembra come le «bombe umanitarie», diventa cioè un «disastro filantropico», una «catastrofe benefattrice»). Non passa perciò giorno senza che una protesta si svolga davanti ai vari centri Bbc. Ieri pomeriggio la coalizione Stop the War si dava appuntamento davanti alla sua sede londinese, a pochi passi da Oxford Circus. Ma la più curiosa protesta contro la Bbc me la racconta Jane Shalice, per lunghi anni professoressa, poi vicepreside, quindi dimessasi per protesta contro la riforma Blair, ora attivista del sindacato insegnanti.

«Mio nipote fa il ginnasio a Sheffield. La mattina dopo l'inizio dell'attacco americano, giovedì 20, da solo nella sua classe ha deciso di protestare contro la guerra. Nella sua scuola ce ne erano altri due, sono usciti e in tre hanno raggiunto un gruppo di mille loro coetanei che venivano dalle altre scuole, tutti tra le ultime classi delle medie e il liceo. A impressionare era la padronanza, la disinvoltura con cui hanno gestito la protesta di piazza. In tutta naturalezza sono andati alla sede locale della Bbc e hanno chiesto di parlare: i giornalisti non gli hanno potuto rifiutare il microfono. Poi, siccome la polizia li accerchiava, sono andati a occupare il commissariato di polizia. E' complicato picchiare ragazzini in calzoncini corti». Ma i teenagers hanno manifestato ovunque, da Edimburgo fino a Londra. Qui è ormai famoso il corteo intrapreso, sempre il 20 marzo, da due scuole del quartiere di Tower Hamlets nell'East End, una zona a densità bengalese talmente alta che è chiamata Banglatown. Hanno cominciato a uscire dalle aule prima 400 ragazze di un liceo (nel quartiere le scuole sono separate per sesso), poi sono andate sotto un'altra scuola, e hanno fatto uscire le loro compagne. Mano mano hanno aggregato altri giovani del loro quartiere e hanno iniziato una marcia lunga 10 chilometri fino alla piazza del Parlamento dove la polizia li ha accerchiati (gli adulti li lasciavano uscire, gli adolescenti no). Ma loro sembravano avere una conoscenza istintiva di come trattare i poliziotti.

Né si sono fatti intimidire dall'apparato repressivo, dalle sospensioni e dai sette in condotta che sono fioccati dopo le manifestazioni (addirittura sono stati sanzionati i genitori per le proteste dei figli). «E' un evento importante», mi dice Tariq Ali, direttore della casa editrice Verso, oggi uno dei portavoce di questo movimento, «all'improvviso essere politicizzati è tornato a essere socialmente accettabile tra gli adolescenti: negli ultimi anni 80 e nei primi anni 90 non faceva bene impegnarsi, manifestare: venivi emarginato, sfottuto, considerato un dinosauro. Oggi è di nuovo in».

«Questi ragazzi ce l'hanno con Blair» dice T. T., professoressa all'università dell'Essex, «le leggi sui comportamenti antisociali li stanno massacrando: è antisociale fare rumore la sera, chiedere dei soldi per strada, marinare la scuola. In alcune città c'è il coprifuoco per i minorenni. La vita è diventata una cappa repressiva insopportabile per i più giovani, senza prospettiva. E i genitori vengono puniti perché considerati responsabili».

Per Jane Shalice il fattore scatenante della mobilitazione adolescente è stata la trasparenza della crisi: «Mai prima le menzogne dei potenti erano state esposte con tanta chiarezza: qui le discussioni all'Onu hanno fatto sì che i panni sporchi delle grandi potenze fossero lavati in pubblico. I ragazzi hanno visto coi propri occhi e sentito con le proprie orecchie che erano pretesti assurdi le ragioni addotte per la guerra da Blair e da Bush. Le brame di dominio, d'imperialismo sono lampanti: e i giovanissimi reagiscono al mare d'ipocrisia».

Un ruolo importante l'hanno i giovani musulmani (e soprattutto le ragazze islamiche) che, per la prima volta sono usciti dalla tenaglia in cui la ghettizzazine sociale li stritolava: o aggregarsi alle gangs giovanili di microcriminalità di strada, o «redimersi» nell'integralismo fondamentalista. Per la prima volta i ragazzi delle grandi città del nord - ormai a larga componente islamica - si sono svincolati e hanno imboccato una terza via di mobilitazione politica. «In posti come Manchester e Birghingam la loro partecipazione è stata importantissima» mi dice Susan Watkins della New Left Review, «ma è tutta la gioventù inglese che sta partecipando al movimento, e tra gli immigrati ci sono anche quelli non islamici, i figli dei rifugiati».

La mobilitazione preuniversitaria, degli adolescenti, costituisce la caratteristica più inedita del pacifismo inglese di questo 2003. Con i suoi due milioni di partecipanti, già la manifestazione del 15 febbraio aveva colto di sorpresa tutti, persino gli organizzatori: vent'anni di thatcherismo e sei di blairismo sembravano aver sedato ogni spirito di rivolta. «Però» dice John Rees, uno degli organizzatori della coalizione Stop the War, «avevamo riunito 100mila persone contro l'Afghanistan - per l'epoca era tanto -, poi 400mila il 28 settembre scorso. E a febbraio ci aspettavamo tra mezzo e un milione, anche se non due. Il fatto è che la protesta ha coagulato elementi di lunga durata, dell'antiglobalizzazione, del disgusto del complesso militar-industriale, di amarezza economica, con il problema dell'Iraq, dell'imperialismo».

Una conferma viene da Allyson Pollock, professoressa di Public Policy al London university college: «La protesta è insieme contro la guerra, contro i tagli alla spesa pubblica, contro la privatizzazione di scuola e sanità. Perché a pagare la fattura della guerra saranno sempre le classi popolari».

In Stop the War confluiscono 450 diversi gruppi, la maggior parte organizzati su base locale, di quartiere e di comune, ma anche di provenienza disparata, dai Ravers contro la guerra ai cantanti di «Sale nella ferita» (Salt into the Wound»), ai sindacati dei ferrovieri e dei dipendenti pubblici, al gruppo Day-Mer (turco-curdo), alla Chiesa metropolitana e altre organizzazioni religiose. E' un arcobaleno che va dai moderati liberal-democratici ai radicali, fino ai black block anarchici no-global. Ma in Gran Bretagna questo movimento ha una qualità diversa che altrove in Europa perché Londra partecipa direttamente alla guerra con i suoi soldati. Le obiezioni alla guerra devono fare i conti con le morti dei «nostri ragazzi», essere perciò meno facili, più spregiudicate, più anticonformiste, meno buoniste (vedi la posizione di Perry Anderson nell'articolo qui sotto). Nello stesso tempo questi ragazzi t'infondono, per la prima volta da tempo, un'immotivata struggente fiducia nel futuro, con la loro spigliata sicurezza che l'avvenire è dalla loro parte.

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