Da La Stampa del 18/03/2003

Da «sedicente repubblica» dell'Urss a entusiasta neofita dell'Alleanza atlantica

Bulgaria. Dal Cremlino alla Casa Bianca ma sempre fedelissima

di Aldo Cazzullo

«L’ITALIA è la Bulgaria della Nato» era uno degli slogan dell’estrema sinistra negli Anni Settanta, quando Todor Zhivkov considerava la sua Bulgaria la sedicesima repubblica dell’Urss. Oggi la Bulgaria della Nato è per l’appunto la Bulgaria.

Da fedelissima del Patto di Varsavia a fedelissima dell’Alleanza Atlantica, di cui è neofita entusiasta. L’unico Paese in Consiglio di Sicurezza al riparo dalla battaglia di oggi, perché mai Washington ha dovuto faticare per convincerlo. Ciò che è stato Zhivkov per Krusciov e Breznev per lunghi anni (35, dopo Franco il più longevo autocrate europeo dai tempi di Luigi XV e della Pompadour) è ora il re-premier Simeone per Bush: un alleato nel contempo fidato e scaltro, sincero e opportunista. Così come in decenni di baci sulla bocca e dichiarazioni di fedeltà la Bulgaria era diventata il secondo paese più ricco (o meno povero) del Comecon, dietro l’Urss e davanti alla Cecoslovacchia, rifilando ai sovietici computer obsoleti in cambio di petrolio, analogamente l’astuto Simeone ha ottenuto ora che gli Usa si facciano carico del debito accumulato da Saddam. Felici satelliti, ieri di Mosca, oggi di Washington più che di Bruxelles (le porte dell’Ue si apriranno se tutto andrà bene solo nel 2007). A costo di confermare l’ingiusta immagine di paese uniforme, grigio, plumbleo, votato all’omogeneità e all’obbedienza.

«Se Hemingway fosse nato a Sofia - diceva Buñuel - non lo leggerebbe nessuno». «Bulgaro» è il contrario di «americano»: quel che non ha nome, che non fa notizia. Bulgaro era il Tg3 secondo Craxi, e le percentuali con cui Craxi veniva rieletto segretario del Psi. Bulgara era Forza Italia secondo Bossi, fino a poco tempo fa. E invece no. Poche capitali europee concentrano in un piccolo spazio tante varietà e contraddizioni quanto Sofia, gremiti di fedeli i templi di ogni religione, con la candela in mano nella cattedrale ortodossa, con la kippah in testa nella sinagoga, la più grande dei Balcani, inginocchiati a San Basilio nella chiesa russa dalle cupole d’oro, prostrati verso il mihrab nella moschea di Sinan, il Michelangelo ottomano. E poche città di confine conservano il fascino slabbrato di Ruse, la «città meravigliosa» del rococò e dello Jugendstil, dove Elias Canetti che vi era nato nel 1905 in un sol giorno poteva «sentire sette o otto lingue», al punto che «tutto quel che ho provato e vissuto in seguito era sempre già accaduto a Ruse».

La Bulgaria non è più quella, ovviamente. Ma la sua cifra autentica, più che l’omogeneità, pare essere la nostalgia, che si traduce nelle forme della politica attraverso molteplici e improbabili restaurazioni. Dopo la caduta del Muro e l’avvento al potere dei liberali, i bulgari tornarono ad affidarsi ai postcomunisti, a lungo rimasti gli stessi che avevano sostenuto Zhivkov prima di provocarne la caduta. Ora hanno compiuto un balzo a ritroso ancora più audace, a prima del ‘46, a quel re bambino che era stato deposto ma non aveva mai abdicato. Protagonista della più clamorosa resurrezione politica della storia europea, primo monarca a tornare al potere come premier repubblicano, Simeone si è rivelato l’unico leader a poter succedere nell’immaginario del suo popolo e nei gangli del potere a Zhivkov.
A dispetto della sua fama, il segretario generale del partito comunista bulgaro, inflessibile al punto da considerare Togliatti «inaffidabile», era anche uomo di spirito. A Giovanni Agnelli che gli chiedeva notizie dei dissidenti rispondeva che erano pochi e tutti in manicomio; del resto, spiegava, «nessuno che sia sano di mente potrebbe opporsi a me». Intervistato nella sua villetta a due piani sul monte Vitosha durante gli otto anni trascorsi agli arresti domiciliari, unico leader comunista ad aver subito un processo «pur essendo l’unico a non aver intascato neanche un soldo», tirava fuori dalla tasca una banconota da un lev e argomentava: «Quando c’ero io, con questa si compravano tre chili di pane. Ora, tre grammi».

Con il re le cose vanno un po’ meglio. L’inflazione si è stabilizzata, la moneta tiene. Il Paese, governato dal ‘97 al 2001 formalmente da una coalizione di centrodestra, in realtà dal Fondo monetario, si è risollevato dal disastro in cui l’aveva precipitato la frenetica alternanza al governo di premier postcomunisti e anticomunisti (Lukanov, assassinato da un sicario travestito da mendicante, Popov, Dimitrov, Videnov, Sofianski, Kostov). Nell’analisi dei politologi e degli antropologi che non si sono accontentati dei giudizi sconfortati sull’immaturità dell’elettorato, è proprio la fuoruscita dalla logica della contrapposizione tra Rossi e Blu ad aver provocato il ritorno del re.

Sulla nostalgia per un passato che quasi nessuno dei nove milioni di bulgari ha conosciuto di persona, sul recupero di un’identità nazionale smarrita, sulla riscoperta di una coesione quasi mistica cementata dall’alleanza tra trono e altare («la mia priorità? ringraziare Dio», dichiarò Simeone la notte della vittoria elettorale) rivolgono l’attenzione ad esempio ricercatrici come Dostena Iavergne, Miladina Monova, Detelina Tocheva.

Non si tratta di rinnegare la memoria. In questo, il compito dei bulgari è meno improbo che per gli altri ex cittadini del Patto di Varsavia. A Sofia il comunismo non è stato il frutto della follia di un Conducator o del colonialismo sovietico, la Bulgaria unico Paese oltrecortina a non covare un sentimento antirusso, i boulevard della capitale dedicati ai generali russi che avevano combattuto gli odiati turchi, la cattedrale intitolata ad Aleksandr Nevskij vincitore degli svedesi. Senza dimenticare le sofferenze delle élite, il comunismo è stato per molti bulgari un lungo, lento fiume tranquillo. Tedio, più che sanguinoso sopruso. Malinconia, più che rabbiosa rivolta. La vittoria alle ultime presidenziali del candidato dell’opposizione socialista, Georgi Parvanov, contro l’uscente Petar Stoianov sostenuto da Simeone, è segno del rapporto pacificato che la coscienza del Paese coltiva con se stessa. E proprio tra i ceti popolari, in certi casi anche tra i nostalgici, Simeone ha trovato i suoi sostenitori: la vittoria del giugno 2001 è stata conquistata a spese innanzitutto della sinistra, crollata al 17%. I comunisti hanno votato il re. Riconoscendo in lui la Bulgaria.
Molti se ne sono già pentiti. La stabilizzazione monetaria ha il suo contraltare nell’aumento vorticoso dei prezzi dell’energia e dei medicinali. La disoccupazione è al 17%. Si aggrava la piaga dei bambini abbandonati: 360 orfanotrofi ne accolgono 35 mila, di cui 5 mila handicappati, con dolorose conseguenze nelle statistiche della mortalità infantile e delle violenze.

Al disastro sociale Simeone ha contrapposto il suo programma di modernizzazione. Che coniuga le suggestioni d’inizio secolo, l’alleanza con la Chiesa ortodossa, il rapporto con il Papa che ha visitato il Paese nel maggio scorso, il recupero dell’idea di nazione (il bulgaro è la sola lingua in cui la parola «cosmopolitismo» abbia una valenza negativa) con l’apporto della tecnocrazia, dei consulenti americani, degli emigrati formatisi a Londra. Le dogane sono state affidate a una società britannica, che ha ridotto di un terzo il contrabbando. Le nozze della principessa Kalina con lo spagnolo Kitin Muñoz, celebrate nell’ottobre scorso a Borovets, villaggio immerso nella foresta, sono diventate l’occasione per riportare nel Paese l’aristocrazia internazionale, l’Aga Khan, l’infanta Cristina, la principessa del Marocco, oltre a capitalisti armeni, ebrei, russi. Si è puntato su privatizzazioni, investimenti stranieri, agricoltura biologica. Soprattutto, si è puntato sull’America.

Lo giustificava la biografia del leader, innanzitutto. Re a sei anni dopo l’assassinio nel 1943 del padre Boris (reduce da un incontro fallito con Hitler), esule a nove, Simeone II di Saxa Coburgo Gotha, 66 anni da compiere, si è formato all’Accademia militare di Valley Forge, presso Filadelfia. Parla meglio l’inglese del bulgaro. L’America è stata la sua seconda patria. E la terra d’esilio, dopo un passaggio in Egitto, fu la Spagna, allora di Franco, adesso di Aznar, altro fedele alleato di Bush contro l’Iraq (spagnola è la first lady, Margarita Gomez Acebo y Cejuela, che gli ha dato cinque figli). Nonostante lo sfarzo della villa madrilena di Avenida del Valle, nonostante i legami di sangue con la regina Vittoria e quasi tutte le famiglie reali europee, lo chiamavano il «re povero». Fu provvidenziale il sostegno dei Savoia: la madre di Simeone, Giovanna, morta nel 2000 in Portogallo a 93 anni, era la terzogenita di Vittorio Emanuele III, ed è stata la prima della famiglia a tornare in Bulgaria, nel cinquantesimo anniversario della morte del marito. In omaggio alla fedeltà atlantica Simeone ha sopito anche la tradizionale rivalità con i turchi, perseguitati da Zhivkov che li costrinse a cambiare cognome.

Resta da vedere se tanto zelo occidentale corrisponde al sentimento dei bulgari. Che come tutti sono condizionati dai prodotti e dalla cultura americana. Ma che coltivano altri sogni. All’università di Sofia gli studenti nazionalisti vagheggiano la Grande Bulgaria di re Simeone I (X secolo), o almeno i territori perduti all’inizio del ‘900: la Dobrugia fino al Danubio, parte della Macedonia e lo sbocco all’Egeo, che i docenti chiamano Mar Bianco. E’ la Bulgaria eterna del palazzo reale restituito a Simeone dalla Corte costituzionale, delle stelle rosse scolpite nel granito dei palazzi staliniani e mai cancellate (ci hanno provato ma la pietra era troppo dura e hanno lasciato perdere), della croce di Sant’Andrea, del cabernet-sauvignon che nelle degustazioni alla cieca vale quello francese ma costa cento volte meno, del Cristo pantocratore dipinto nel monastero della Trasfigurazione, nel West dei falsi autostoppisti e dei falsi poliziotti che rapinano i viandanti diretti in Grecia o in Turchia, assaliti ancora più di frequente dalla malinconia in agguato dietro i block color topo delle periferie, i lampioni sempre spenti per risparmiare elettricità, i carri trainati da asini, le squadre di operai con vanga e badile che scavano strade come in trincea, le stanze riscaldate dai tubi a vista dove viene riciclato il calore delle acciaierie, e tutto quel che nella vita è la Bulgaria.

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